domenica 30 marzo 2014

METTI UNA SERA A TEATRO....



All’Elicantropo, dal 28 al 30 marzo, “Sputa la Gomma!”, di e con Pierpaolo Palladino, piece ironica e disincantata sull’incontro-scontro tra scuola e teatro.


 Napoli - Forse che l’uomo, attore per celia e un po’ per non morire, ritorni bambino, ad ogni legno calpestato? Forse che non scalpiti di nuovo, e ancora, come alunno ex cattedra, coi lemuri d’un tempo a ballargli nella testa, come sonetti popolari, come fossero del Belli, Gioacchino, mordaci strali? E allora “Sputa la gomma!” Pierpaolo Palladino, alias Lorenzo, che il lunario non aspetta, da sbarcare ci sono i captivi discenti, tutti infraquattrodicenni, prigionieri di scuola matrigna e  periferie lunari, viepiù romane, pasolinianamente epigoni della Strada che fu; ma Fellini è lontano, il nastro è strada d’acciao e cemento, come latta a medaglia, da appuntarti al petto se il lavoro andrà in scena, in porto e senza scuffiar, che a sbuffare ci pensano i puledrini instancabili, i diavoletti in divenire che ti cuociono a fuoco lento, in pentolone scrostato, come aule nostrane, all’abbisogna.

Forse che il tuo spirto emozionale e lucido e ben saldo abbasti ad ammansirne i singulti con sicumera e baldanza? No di certo, che dell’adolescente, o quasi, i rovelli son celati, e notturni e prepuberali, e vallo a  spiegare a professori, direttori, bidelli, genitori e alla buonanima del Belli, che lì all’adiaccio d’una palestra sbrindellata, con campioncini di bigbabol  a ciancicare sgommando, ci sei finito per sbaglio, per abbaglio, per raglio asinino d’un compare da soap che ti giocò mancino tiro, e tu di riflesso gli assesteresti volentieri un destro a giro; ma vallo a spiegare a loro, Pierpaolo, che sei solo attonito spettatore di umili bamboccetti affastellati e in rincorsa iniziale, già in debito, e quanto. E su, “Sputa la gomma!” Rosi, Tyron, Pamela, etc. etc., folletti indomiti e scornosi, tignosi animaletti da palco, pischelli in fuga concentrica, omuncoli già induriti da pieces esistenziali, slabbrate eppure dannatamente vitali, ardenti; nessuna rinuncia, che la barcaccia è da attraccare in porto, per un conto che cresce alla distanza, sviluppandosi dall’amniotico onfalos d’un precario docente in affanno, giunto per caso e dissonanza sulla zattera di mocciosi scalcagnati, fino all’onda più alta, che spariglia e atterrisce, oppure smalizia e “ammatura”.

Mai luogo fu più adatto d’un palchetto improvvisato, palestra reale d’una scuola frustra, svilita e stracqua, per disvelare l’epifania d’un uomo compiutasi nella regia di suggestioni e rimembranze calate sulle alucce spiumate e ferocemente innocenti, di giamburrasca romanacci commoventi, racconto d’un riscatto possibile per adulti in formazione e ragazzini già cresciuti, lontano per una volta dal silenzio assordante delle periferie distoniche, senza baricentro, in equilibrio precario e  costante disillusione.
Palladino è attore compiuto, il seme virale d’una lingua contaminata, a commistione, è ben fecondo; la regia è giustamente scarna, come linoleum a pavimentazione che mestamente ricordiamo, lavagna e sipario che divengono copione per sonetti urticanti ed irrisori; s’aprono le danze e si schiude il palco, e i diavoletti angelicamente all’unisono gridano: “Merda!”. E fu teatro, nonostante tutto.
Si spera, e si consiglia, caldamente il bis.

PUNTI DI VISTA


"EL CALCIO, CAPRON!"





  
“Ci sono fantasmi di ogni genere: quello dello Spazio, quello di Amleto, quello dell’Opera, quello del Comunismo che s’aggira per l’Europa e anche quelli che inventiamo per nascondere la nostra debolezza” (Osvaldo Soriano).

“El calcio, capron!”. Il calcio, già. Una parola descamisada, nuda e dura come un campo di schizzi,  fango o cemento amato, sterrati di polvere, cicche e sputi impastati e acido lattico: la palla, el balòn, ‘o pallone;  per qualcuno è “dubbio costante e decisione rapida” , per altri tronfio caduceo per processioni a turibolo di “ ventidue imbecilli a sconocchiar dietro ad una palla”:  l’attesa condensa e strepita, e vallo a spiegare che c’è stato un tempo che i capricci del campo scatenavano cannoni e contraerea, mustang  e corsair , tra Honduras e El Salvador ; la Guerra de Futbòl, ed era il ’69, a scapicollarsi dal caldo ’68, verso lo stadio Azteca del Messico ’70, e per lo mezzo generali argentini, dittature, Allende col mitra in una mano, desaparecidos e Plaza de Mayo, caldo, zanzare, cicche spente sulla pelle e calci, tanti, troppi: al pallone, al costato…e poi ancora Messico, nell’ ’86, la gloria d’una mano de dios che si rivela al mondo ed uno sberleffo da far impallidire la perfida Albione, e fosse stato ancora vivo, da far mangiare il sigaro a Sir Winston, tra una Malvinas e l’altra, tra bombe allo stadio e fucili in caserma. Ecco, appunto. Maradona.

Il pibe de oro, Oro di Napoli, scugnizzo e gordo, matador, tra una pista bianca su verde sfondo, un fantasma evocato ad ogni piè sospinto, la nostra dannazione aulica e dionisiaca, altarino lisergico tra vicoli a lanugine, vita matta a colori, mai bianco e nero, men che meno bianconero: il colore del “paròn”, d’ ‘o padrone, degli Agnelli da sacrificare in campo, che in fabbrica sono altre le bestie alla catena; anni ’80, bionde e scafi blu, Santa Lucia sempre luntana, Napoli stracciona, pizza & mandolino connection, Cutolo e nuova camurria, “Lovgino” e l’invincibile Armando, nero come una cozza in ammollo, botte e ferri corti, ‘o kalashnikov che faceva il suo ingresso nelle mattanze quotidiane, e però machisenefotte, che ‘a dummeneca è tempo di paste, da servire belle calde alla Signora, sul Platinì d’argento, alla vecchia maniera, colpi di tacco e un colpo a Tacconi, a la guerre comme a la guerre, Ma-Gi-Ca e così sia.

Ammèn Faccia ‘Ngialluta, lascia perdere la Smorfia di Troisi, il Santo adesso è un altro, trovati un’altra pietra tufacea su cui posare il capo. ‘O Capo, ‘o boss ci sta già, perché tutti volevamo essere Maradona, guizzo d’estro che diviene cunto e leggenda, mitopoiesi da strada, collante per trame sociali avvilite e sfilacciate; tutti argentini negli anni ’80, col San Paolo che stemperava nel verdognolo d’una fazenda, nella sterpaglia della pampas, a guardare undici campesinos armati di falcetto che matavano ‘A Signora,  a colpi di tango, tattica e Ferlaino; un contagio virulento che segna come stimmate o scrofole la faccia di un popolo che da sempre s’innamora del suo mito, del suo Re taumaturgo, chè il vitello d’oro qua lo scolpiamo nell’intimo, ‘o pallone è il nostro elisir per bamboccioni, gonzi assiepati sulla piazza medievale davanti al carrozzone del Dottor Sottile di turno, e tant’è, la pellicola è sgranata, come il sagrato, l’acciottolato stanco e divelto dalle pallonate scugnizze che nessuno ha saputo mai ricucire.

Erano gli anni ’80, dove i sogni si cotonavano in acconciature improbabili, Rocky abbatteva i Russi a cazzotti, gli Ammerikani ingozzavano di armi i mujahidin, il thatcherismo trionfava, la classe operaia andava in paradiso per mancanza d’alternative, e in Europa, tra una Uefa ed una Coppa Campioni si scioglievano i nodi muscolari d’un catenaccismo italico alla spagnola, contralto speculare alla spregiudicatezza tangentista craxiana; ‘o pallone  rimbalzava sul Muro, aspettando che le frontiere crollassero, che gli oriundi sparissero e la Bosman sparigliasse le carte sul Mercato Unico: e Napoli era quella di Bellavista, sempre più luntana, come Santa Lucia accecata dalle lacrime napulitane d’un Maradona in fuga da tutti e da sé stesso.

Il classico film in bianconero visto alla tv, prima del Biscione politicante, quando da Segrate e Milano 2 si limitava a rincoglionirci di spot e telenovelas, drogando il fatturato, spossando il mercato, pompando caproni in guisa di campeones e gonfiando la pelota a colpi di mercato e sovrafatturazione: do you remember Lentini, Cavaliere? Il Milan “operaio” fu stellare, el cul de Sacchi era per le Coppe da serbare, ma un Maradona non l’ebbe mai, ca va sans dire, Nanoleone s’è dovuto accontentare d’una cafuncella napoletana verace, una ventenne algida come un calippo da gustare; ma questa è un’altra storia, che la Messi non è finita (la Pulce, un roteiro milionario ca incanta il circo, coi suoi numeri da funambolo senza rete è spettacolo che vale il biglietto).

Domenica il film si riavvolge per l’ennesima replica, la pellicola la gira De Laurentìs adesso, è cine-colombone per curve e tribune, il tango a due Higuain-Tevez dovrà attendere (l’Apache è fuori per somma di cartelli), il tram-a-muro di Benitez sale e scende in classifica tra alti e bassi, la cresta di Marechiaro s’è mezz’ammosciata, il toupet di Conte è sempre in testa è vero, a rischio di refoli a ribalta: eppure la classicissima Napoli-Juve non incanta più come ai tempi dello sfavillio in vetta: passati gli anni Moggi, le serie cadette, le squalifiche, le coppe avite, qualcuna vinta, gli scudetti in campo e quelli a mente, el futbòl divide come sempre le Alpi dal Vesevo, gli juventini gobbi dai partenopei cupputi, eppure il tifoso napoletano, pur mantenendo la sua costipata fede di “malato”,  non gode come pria dello spettacolo. Diciamo ‘a verità: il pianeta eupalla ha assunto ormai i tratti delle lande apollinee- lunari (Mar della Tranquillità, più che Cime Tempestose): gli arbitri son sempre cornuti nevvero, ma semi-deserti in genere gli stadi, lugubre e senza genius il gioco, immobile ed impantanato il carrozzone, non rimane che rimirare le paludate coppetelle al muro ed il glorioso passato che fu (la Champions, le italiane l'hanno vinta 12 volte, una in meno della Spagna primatista, mentre nessuno ha fatto meglio di noi in Uefa: 9 trionfi, 2 più della special one Spagna), perché un tempo ‘o pallone qua era una fede, il catenaccio lo si metteva alla bacheca dei trofei, ed i torelli smutandati da scrollare in campo la domenica li si allevava in casa e con maggior cura. Aspettando il Mondiale sambeiro, domenica a Fuorigrotta ci giochiamo il nostro classico mundialito.

“La Juventus produce successo, quindi invidia”, Beppe Viola docet. E all’ombra del San Paolo, “gli uocchi sicche so’ peggio d’ ‘e scuppettate”.
La Signora è avvisata.

mercoledì 26 marzo 2014

METTI UNA SERA A TEATRO...



Al Théâtre De Poche, nel cuore tufaceo di Via Tommasi, “IL CONFESSORE” di Giovanni Meola con Aldo Rapè.


   Napoli - “Il male è prodotto dell’abilità degli uomini”, Sartre docet, luciferino ammonisce.

 L’attesa, nuda si flette, nell’attimo d’un raggio sospeso nella diafana ribalta d’una sacrestia, sacello misterico; snervante, in bilico perenne: un uomo, solo, di nero vestito, in scena. E’ il “parrino”, Il Confessore, a riempire, avvolgente, l’horror vacui d’una quinta scarna, cassetti divelti e storti, pensieri in disuso da lucidare e ricalibrare, una sedia lignea, un volto sferico, palla di stracci, da prendere a calci come impure estistenze scalcignate di rivoli pietosi mai tramutatisi in acque: un fiume carsico, una dolente scissione ex voto, d’un singolo fujente che volle, fortissimamente volle, la rivolta, indossando i paramenti d’uno stillicidio annunciato, contro i tagli sconnessi d’un tessuto ormai lacerto, a battersi il petto di padre senza prole, segnato da croce, come unica mission per affermare identità e senso in terre desolate come carburatori catramosi e spenti, a spurgare pece come fosse humus, di mafia e camurria dove c’è vita, e radici, e linfa nonostante tutto.   

E il confessore, dalle terre scarne di cunti e conti da saldare a ferro e mitraglie, A Ciascuno il Suo e un Dio inchiodato, inchiavardato per tutti, extrema ratio, extrema unzione per anime prave, è il perno mobile del racconto; chiuso nel ventre ossuto d’una chiesa di periferia, offre la sua storia all’uditorio, rielabora in camera oscura, in attesa dello scatto, del riscatto a sacrificio, a rammendare esistenze slabbrate, un martirio più che laico e rituale, da vivere al rallentatore. Aldo Rapè, sciamano errante, gnommero semantico a ruciuliare per rue linguistiche a metà via tra gramlot e spurio seme, impasta siculo e parlesia, napoletano e “camillerese”, prestando il volto e le movenze ad uomo votato al corpoessanguediCristo, alla specularità maieutica di rincalzo alla pia banalità del male, ferino e pulsante, radicato in terra sconsacrata, di uomini persi o quasi, parrini a loro volta, di parole a sentenza, esiziali; eppure non è martire, non vuole esserlo Il Confessore, ma contnua a misurare lento pede‘a vocca d’ ‘o riavulo”, a sezionarne la lingua, così vicina, tanto da sentirne l’orrendo effluvio 
e puzzo di morte.


Vive l’attesa: dell’ennesimo bersaglio, dell’ennesimo morto ammazzato, tra scampoli di pietas come brani al desco della solitudine; d’anime e sangue, richiamo avito di peccati scostumati, consumati al lume d’una catarsi irredenta, impossibile, alla fioca luce d’un altarino ascoso, quasi invisibile, che perimetra il limen d’un confine già segnato: confessione e pentimento, nella trama un filo torto; che uno, dopo una vita passata a perdonare per dovere gli sgarri altrui, sarà sempre un “signato”, dazio e obolo da versare mirando una croce, come fosse eterna eucarestia. Bravo e convincente Rapè, il testo è semplice nella sua essenzialità, non scantona, mantiene i margini, forse osa poco, o troppo è il calpestio su trame già lise perché troppo rappresentate: mafia e camorra son pane quotidiano, per chi quelle terre vive e respira, giorno dopo giorno.

Morto dopo morto.

giovedì 23 gennaio 2014

'A JANARA 'E BENEVENTO














"Strega. 1. Donna brutta e repellente in lega con il Diavolo a scopi malvagi. 2. Donna bella e attraente, che in malvagità distanzia il Diavolo di una buona lega" (Ambrose Bierce).

"Tremate, tremate, le streghe son tornate!" (Slogan femminista).

 

Democrazia furente, di prosaica lamentazione civica, di leaderismo bolso e sciatto, di associazionismo partitico a delinquere, di ronzini e renziani, berlusconidi morenti ed alfaniani in discesa, chimere e aspirazioni da viveurs: in definitiva il solito vecchio rum annacquato a brodaglia, alla ricerca della miscela giusta, nell’italietta da pantomima e bordello, minestrina insipida per Ministrona del Casale (e vai che il Cosentino è liberato!), miscuglio forse men urticante nevvero, per fottere, scialacquando, il voto elettorale di turno, alla recherche del consenso territoriale, con pedine poste in luoghi giusti ed ameni; e va bene una ASL per loro, che a noi rimane il trattamento sanitario, ed è obbligatorio, oppure che si fottano, ma sì!, il futuro e tutto quel che c’è intorno, per losco, lasco frutto d'interesse à la carte, pur sempre teso a consolidare e cementare accordi sottobanco tra corporazioni e grand guignol, capintesta e mammasantissima della palude ammorbante da cui non s’emerge se non cadaveri, olezzo e rigor mortis a far da collante:  e son solite consorterie genuflesse, vanto  made in italy, è la nostra “Grande Bellezza”, ca va sans dire.

Peana a grappolo in quel del Sannio, con janara destrorsa a ribollir ingiurie e calderone, furente e boccaccesca, Nunziarella De Girolamo da Benevento, e male ventum l’incolse, gorgheggiante nei refoli politicanti d’un direttorio polimorfo e polipesco, che s’ammanta d’ombra giusto un po’, per non discovrir le carte, aspettando che le faccia il P.M. di turno, perché il castello è medievale assai, ci son margravi e signorotti, vassalli e valssassori, e valvassini e vulve, che s’aprono non per  ricetto a Venere, ma ben più prosaicamente alla bruna Nunziarella, la Carfagna del Sannio, la Mastella-in-gonnella, che attraverso il suo piglio patriarcale dava ostello a direttori di ospedalici consessi e pubblici nosocomi, sempre proni, sempre pronti, ad appaltare consensi in favor di tessere ed affari, la premiata ditta del “Michè” (Michele Rossi, d.g. dell’ASL BN1), del Barone (Luigi, portavoce storico della Nunziarella), del Pisapia ( “ ‘o Pentito”, ex direttore amministrativo della ASL, le cui registrazione private han dato il là all’inchiesta), tesseva filando e il ragionamento filava, “qua chi comanda prende, chi prende comanda”: a Boccia fermo, il ragionamento non fa una grinza, sulla liscia pelle olivastro-mediterranea della bella janara.

Fasti e furiosi nel Governo allargato all’intesa maxima, come straccio-lacerto slabbrato in nome di stabilità monarco-Napolitano, Capi e capetti e capesante si stringono a coorte, la bella abballa in Parlmento, l’accusa è irrisoria, gli incontri amichevoli, gli appalti avevano l’auto-pilota e si guidavano ex sé nelle copiose tasche dei soliti noti, ‘a Ministra è “ ‘nnocente”, e “cazzo, stronzi, fanculo, ie song ‘na poverapiccerella”, e loro lo sanno, lo Sannio, come fate a non comprenderlo, che il suo piglio ammantato, mantecato, stranito, è solo popolare, d’andazzo o-scenico, che lo spettacolo a barnum è sempre l’istesso; cambiano le comparse, ma la melma è identica e sublime, s’aggruma, s’impasta e fa bene alla faccia, alle mani, alle occhiaie: e può donna moderna, in carriera e corriera, perdere il treno, il carro, il bovino a rimorchio, per rimanere in ambito agro-alimentare, palesandosi il rischio d’un Ceppalonico ritiro, di triste epilogo “solitario y final”, come un Mastella qualunque?

Può da caprio saltare il sacello, sparigliando l’altare, e i riti, e i voti, cos’è “ai voti non ci pensate”? Può dismettere veste e rivestir la sciassa di mariarca popolana, vajassa della bassa greppia, povera piccirella vittima e conseguenza del politico andazzo, avvocato esule dalla patria leguleia, stritolata da un meccanismo burocratico ed affaristico più grande di lei? Potrebbe, lo gnommero è incistato, la bolla suppura, ma la sorte non è mai uguale, al massimo Idem, con patate, compatite, con partite da giocare ancora, laddove brilla il sole nebuloso del loro solo avvenire.
Resta sullo sfondo la mediocritas d’una vicenda triviale, trimalcionica, di nominati fedeli, di fedeltà di ventura  a prezzo di saldo, con lanzichenecchi alla presa del Palazzo, e manco v’è più bisogno di pagarli per comprarne il braccio e la spada, nel Medioevo italico 2.0 s’offrono per rendite di posizione e pacchetti di voti, tristi sirene a tentare i marosi e la mutria d’una ieratica sannitica in odor di tentazione, ballando col diavolo a passo di danza, fino al prossimo plenilunio. Homo homini lupus, e con l’occasione arrivano i mannari, a far strali e brani di quel tessuto socio-politico che ci illudiamo essere ancora civile o giù di lì.

'A RIGGINA


giovedì 19 dicembre 2013

RENZi li Strega
















Urge sincretica domanda: si può essere, in piena democrazia, leader a vita? Svoltando a Sinistra, passando per la dead zone del rinnovamento democrat in salsa PD, parrebbe avverarsi l'assunto mitopoietico, del dio Crono- Saturno che assorbe e rigurgita figli ormai annichiliti ed perfetti come acciottolato di fiume, inutili come zavorra per voli pindarici nell'aia di casa: ventennio minorenne, stiracchiato, di politburo ammuffito,  nessuna storia partitica annovera vertice a vertigo di classe sì duratura come quella alle redini del fu PCI, adesso solipsisticamente alla guida del più importante partito italico di centro-sinistra (fino a prova contraria). E allora via con la rottamazione coatta a ca,ci nel cool, per levar sederi di poltrona: arriva Renzie col suo codazzo di groupies e pigia-bottoni, perché “Matteo ha detto, Matteo così vuole”; et voilà! Il pasticcio dell’alternanza giovanilistica è servito…del resto, se con quei dirigenti “non vinceremo mai”, perché non cambiarli definitivamente, tumulandoli nel tugurio d’una lauta pensione a coperto.
Il Rottam-attore, ripete a braccio il suo pezzo, servitor di sé stesso e nulla più, sulla scia d’un arrivismo da yuppie mal cresciuto, svezzato alla ruota d’una fortuna sfacciata: il bimbo-minchia è svelto il giusto, il sorriso ben lucido, a favor di media e telecamera; sotto il neoliberismo niente, se non spruzzate di demagogia a iosa, ma questo basta, questo ci vuole contro i “grandfigl lup man", il mega-vecchiaccio, gli zombies d’un partito mai nato, o almeno mal abozzato: e l'obbiettivo è il leader, quello di prima, quel Bersani ed il suo mollismo apicale, e ancor prima il Veltroni-brucone, salsetta insipida, per gambette imberbi e bracette frolle, per un partito copia-incollato, al più abulico, autistico, mezzo flaccido e che fu loft, fin dalla sua genesi.
E allora in moto, compagni! Adesso, Renzi! Via con le idee campate in aere, sulla grande rotta dei capitali coraggiosi, della finanza inghirlandata a centro tavola, all'inseguimento sudaticcio dei diritti perduti, dei rovesci di pioggia e malaciorta, dei lavoratori non pervenuti, al minimo integrati nella cassa, in attesa d'esser portati nell'alto dei cieli, a scoprir se poi è vero che la classe operaia ripetente in Paradiso ci va: FIAT dux e la sua volontà, che gli Agnelli non si sacrificano, al massimo si santificano, son sempre le salme degli operai a finir in gloria. E cosa resta della Sinistra, se non scricchiolii poco mancini, al massimo ambi-destri, per il segretario poco amato dai grandi soloni, si veda Napolitan Power sul Colle più alto? Nulla, per ora qualche scampolo di primarie e poco più: ma il ragazzo si farà, anche se ha le spalle…etc etc…..(e basta De Gregori, l’impegno il cantautoriale, vogliamo la figa, pure a Sinistra!).
Un ventennio imbolsito e minorenne che ha trasformato il più grande partito della sinistra europea in un simbolo di aspirazione neo-liberista, con gli epigoni del PCI divenuti piccini spauriti e senza bussola, all'affannoso inseguimento d'una strapuntina mercantilista, un lacerto di neo-kennedismo, una spruzzata di liberismo europeista, smantellando a colpi di martello, sminuzzando a falce, l'impianto della social-democrazia in Italia, pugnalando alle spalle i diritti dei lavoratori, sostenendo il precariato spinto, gettandosi a capofitto in abbracci finanziari e scalate pseudo-bancarie ("Abbiamo una banca!". A qualcuno rimane una barca).  La crisi di rappresentanza dei partiti italiani è la crisi; di linguaggio politico in primis,  identificabile in toto con il collasso del leaderismo targato Centro-Sinistra, coincidente con la svilita credibilità dei quadri dirigenti, orfani d'una scuola d'idee comuni, incapaci di rigenerare il tessuto del partito per strutturale inadeguatezza, contrari ad ogni forma di rinnovamento partendo dalla sua stessa base, dalle giovani milizie, nuove facce non solo mediatiche, nuovi amministratori soprattutto locali, etc. etc.

McLuhan resta sfumato in disparte, nel botro a disperarsi, strappandosi di dosso l'aura del Gran Comunicatore, perchè forse l'hanno frainteso non capendone il "messaggio", o forse perchè per discettare di Sinistra serve comunque un "medium" ad evocarne lo spirito disperso; dal loft di Veltroni in avanti, passando per quel "genio" incompreso di "D'Alemalamein" (sue le cantonate peggiori, da quando s'è auto-proclamato mente acuta et invincibile), fino all'"Oh, Ragassi!" ecumenico, di bersaniana memoria. Forse che basti parlarne, perchè il messaggio pervicacemente s'incunei nell'internauta, futuro elettore renziano? Ma qui stiam cianciando di primati, allora, e del web 2.0 sommi artigiani allo sbaraglio, che resistono insicuri, confondendo satira verso sé medesimi con griffe giusta e vincente per contrabbandar prodotto sul mercato.
Renzi li Strega, ed era ora, a sentir molti; arriva a valanga la palingenesi spocchiosa, la spora boriosa che s'attacca all'ospite riducendolo a massa : l'ultima speranza per una Sinistra da abbattere con questa cura da cavallo, in odor di Cavaliere, perchè solo con una reale ricostruzione democratica con scappellamento a sinistra, potrà far risorgere negli elettori mancini una volontà di cambiamento effettivo ed uno spirito di giustizia rigenerante.
Tabula rasa, definitiva, prima di arrendersi alla tavola, dove il cibo è scadente e le portate sono ammuffite e smorte. Per tacer dei camerieri.
Siamo al redde rationem, e la ragione è dei Renzi.

lunedì 11 febbraio 2013

Final Countdown

























Finale dipartita. Ovvero di come l'Italia si avvii ad un tragico destino da melodramma elettorale, in una fredda matinè di febbraio algido solitario y final, aspettando la prima vera occasione di ricatto, che puntualmente avverrà. Scade Penna sul Colle come uno yogurt inacidito, dopo aver creato il Monti Python Sciò, aver firmato tutte le leggi, leggine e leggiadre capitategli sotto al doppio e triplo mento, dopo aver sentito il boom delle intercettazioni distrutte in procura, dopo aver sentito pure il BOOM! di Grillo e dei grillini, per fortuna senza grilletti; scade il Cainano, dopo i bunga-bunga, dopo esser sopravvissuto a Gheddafi, dopo aver osato l'inosabile, aver copulato con tutte le Olgettine nel tempo libero, over occupato tutte le reti televisive oltre a quelle del letto, con doghe in legno, e daghe alla gola dell'Alfano di turno; scade il Bersani, dopo aver trionfato alle primarie, finendo marginalmente in testa nei sondaggi, ma ancora per poco, che di sinistra si può morire, ed ogni morte di Papa porta con sé infauste notizie, dunque, se sei Papa, meglio dimetterti prima....prima della vittoria (auspicata) delle Sinistre, che è ver che siam cattolici, ma all'inferno mica ci si vuol finire!; scade perfino un Papa, figuriamoci una legislatura, così com'è scaduto Monti, il termodistruttore dello spread più italo-scettico che ci sia, ridotto a far da controfigura a Casini e al Fini defascistizzato; scade, scade pure il Grillo, che di voce per le Piazze ne ha persa a toni, alti e secchi, magri e grassi; scade l'elettore, scade nel ridicolo di una scelta obbligata, scade, porello, nel ripetere il medesimo gesto, il voto nell'urna, sapendo che la mediocrità italica s'attacca al fondo, come gromma al barile.
E dunque tutti ben armati di badili, che qui, in Italia, si continua a scavare.
Che se non si troverà il tesoro, almeno la buca sarà abbastanza profonda per seppellire il cadavere dello Stivale. Ormai ridotto a Mocassino.




giovedì 31 gennaio 2013

Mors tua, vita loro!

























Vota! E non sarà più lo stesso!

Vota! E non sarai più lo stesso!

Vota! E nessun ti farà fesso!

Vota! E in quel posto, l'avrai messo!

Vota! Ma fa' ambresso ambresso!

Vota! E poi forse cogli il nesso!

Vota! Ed il voto tuo è nel cesso!

Vota! Poi non dir "me l'han fatto lesso".

Vota! Oppur il braccio abbisognerà di gesso!

Vota! Tanto in mano ti terranno il sesso!

Vota! Vota! Vota! Vota! Vota! Votaaaaaaaaa!

giovedì 3 gennaio 2013

Saturno contro
























"I padri non sanno nulla dei loro figli. Né i figli dei loro padri" (Patrick Poivre d'Arvor).


"Capita a volte che il padre si occupi della prole − un fenomeno abbastanza frequente fra i pesci" (Simone de Beauvoir).



Democrazia furente, di prosaica lamentazione civica e sociale, di rinnovamento mancato, di leaderismo sciatto, di associazionismo partitico a delinquere, di chimere e aspirazioni da viveurs: in definitiva il solito vecchio rum annacquato a brodaglia, alla ricerca della miscela giusta, o che sia  men urticante o insipida, per fottere, scialacquando, il voto elettorale di turno; oppure voto "radicale" frutto d'interesse à la carte, teso a consolidare e cementare accordi sottobanco tra corporazioni e grand guignol, capintesta e mammasantissima del "capitalismo" d'accatto ed arrembaggio made in Italy, per solite consorterie genuflesse al dio dell'appalto&finanza, in nome dell'interesse di tutti, perchè privato ed elitario, settario e consociativistico: alla faccia del pubblico, con pernacchio d'ordinanza al cittadino-lavoratore (ed i Vitelloni alla Sordi ringraziano).

Refrain d'ordinanza: si può essere, in piena democrazia, leader a vita? Svoltando a Sinistra, passando per la dead zone del rinnovamento democrat in salsa PD, parrebbe avverarsi l'assunto mitopoietico, del dio Crono- Saturno che assorbe e rigurgita figli ormai annichiliti ed perfetti come acciottolato di fiume, inutili come zavorra per voli pindarici nell'aia di casa: ventennio stiracchiato, di politburo ammuffito,  nessuna storia partitica annovera vertice a vertigo di classe sì duratura come quella alle redini del fu PCI, adesso solipsisticamente alla guida del più importante partito italico di centro-sinistra (fino a prova contraria). 
Creatura figlia di padri fin troppo noti, a battesimo più volte, in immersione perenne, carsica abluzione a favor di telecamera, pur di non rinnovare mai i nomi dei suoi leaderini, mentre in (N)Euroland  laburisti anglofoni,  socialdemocratici stufati con kartoffen, e mangiabaguettes socialisti  hanno tutti rinnovato il falansterio dirigista del fine secolo scorso. 

Veltroni, Franceschini, poi Bersani (per rimanere ai segretari) : un trittico sfiatato da far cadere le pale ad un mulino, con l'asinello democratico made in USA che raglia sullo sfondo, simbolo di un'aspirazione neo-liberista che ha trasformato gli epigoni del PCI in piccini spauriti e senza bussola, all'affannoso inseguimento d'una strapuntina mercantilista, un lacerto di neo-kennedismo, una spruzzata di liberismo europeista, smantellando a colpi di martello, sminuzzando a falce, l'impianto della social-democrazia in Italia, pugnalando alle spalle i diritti dei lavoratori, sostenendo il precariato spinto, gettandosi a capofitto in abbracci finanziari e scalate pseudo-bancarie ("Abbiamo una banca!". A qualcuno rimane una barca).  La crisi di rappresentanza dei partiti italiani è la crisi; di linguaggio politico in primis,  identificabile in toto con il collasso del leaderismo targato Centro-Sinistra, coincidente con la svilita credibilità dei quadri dirigenti, orfani d'una scuola d'idee comuni, incapaci di rigenerare il tessuto del partito per strutturale inadeguatezza, contrari ad ogni forma di rinnovamento partendo dalla sua stessa base, dalle giovani milizie, nuove facce non solo mediatiche, nuovi amministratori soprattutto locali, etc. etc.

Una palude gerontocratica ammorbante, accasciata sul ventre molle di tante micro-élites che per rimanere in vita sono pronte al cannibalismo generazionale, perchè tutto cambi senza mai cambiar nulla, un gattopardismo miserevole che ci sta fottento il futuro, questione ben più grave di quella annosa e morale posta al grande vecchio barbapapà Scalfari in celebre intervista berlingueriana: oggi i Berlinguer di domani marciscono in qualche sottoscala di Palazzo, oscurati come garzoni di bottega in quel che resta di Botteghe Oscure. Un coriaceo immobilismo che affonda le radici nei Settanta, quando i vecchi (oddio, c'era anche Napolitano, il matusalemme della politica italiana!) fecero largo ai "figli", ai D'Alema, Bersani, Veltroni, Fassino e sappiamo com'è andata a finire: la vitalità del partito è azzerata, pari a quella di fermenti lattici inaciditi a ricotta, vera muffa per la protervia gestionale dei giovani d'un tempo; solo che dalla muffa si ricavò penicillina, mentre da generazioni rachitiche cosa può aspettarsi? 

L'"Antipolitica", vexata quaestio per un partito ormai morto nell'essenza vitale, consiste proprio in questo, nel negare l'alteranza, annichilire la prospettiva, sacrificare il futuro politico: e non basta una tardiva apertura alla "società civile", candidando i Grasso di turno, per azzerare il conto, pagando il dazio: la palingenesi è ben lontana dal realizzarsi, tra primarie fittizie ed anodine, Giovani Turchi arrembanti come il ciuffo di Fassina, rottamatori e renziani da sbarco, volti noti prestati all'elezione prossima ventura; il big bang è vicino, tra un Caimano ancora virale e mediaticamente incontenibile, un Monti centrista cerusico e freddo, vecchi arnesi della Prima Repubblica, un PD fresco e nuovo come pedalino in umido, un Quarto Polo alla ricerca (almeno) della terza dimensione.  L'unico boom che pare possibile è quello "vecchio", pesto e genovese dei Grillino movimentisti: un cinque stelle per pensionare i dinosauri partitocratici, alla faccia di Napolitano, vera e propria reliquia da maneggiare con cura, prima di consegnarlo al mausoleo della storia. 
O a quello d Arcore.