sabato 6 ottobre 2012
lunedì 1 ottobre 2012
IDEE PER UN CAPODANNO ALTERNATIVO E CHICCHISSIMO. FIRMATE THE MAGISTRIS BROTHERS:
"IL Comune di Napoli è lieto d'invitarti a passare in città le tue feste di Natale,
ILLUMINA IL TUO CAPODANNO!
Puoi:
A) Affittare un jet con i colori comunali e lanciare cocozze arancio dal Vesuvio;
B) Inaugurare una piscina olimpionica a Piazza Plebiscito e fare il bagno puntuale a mezzanotte;
C) Far esplodere il Lungomare di Giggino, per il più grande fuoco artificiale mai visto;
D) Ammirare il Sindaco correre coperto della sola bandana arancio in bici da Fuorigrotta a Barra;
E) Cadere improvvisamente in una buca apertasi ex novo o precipitare comodamente in una buca vecchia, col tuo bottiglione magnum di spumante;
F) Impazzire in una ZTL, occasione più unica che rara di scoprire il vero lato ospitale dei napoletani, incazzati come capitoni per il cenone di fine anno;
G) Fare il bagno propizio per l'anno venturo nelle acque di Bagnoli, mai bonificate da vent'anni a questa parte, roba da far impallidire il vibrione del colera del '73;
H) Inaugurare il nuovo spazzatour, con slalom tra i fuochi delle prostitute a via Argine e affini, e derapate improvvise per evitare le masserizie ed i rifiuti abbandonati per la via;
I) Passare le feste con la famiglia, oppure visitare la Sacra Famiglia, allestita direttamente in Comune: per ora esposti un Sindaco, un fratello ed una cugina;
L) Scommettere sul prossimo Assessore di Giunta a minacciare le dimissioni o ad esser silurato dal Sindaco;
M) Vedere la genesi e la partenza del famoso "Movimento Arancione", l'ultima leggenda metropolitana di Neapoli dai tempi di Cimone e della bella Partenope;
N) Partecipare ad una delle miriadi iniziative messe in campo dal Comune, quali le imperdibili "Sagra dello strutto & cocozza arrostita" e l'internazionale concorso di "Aereofagia da germinacee e legumi assortiti";
O) Visitare il famosissimo "Quartiere Arancio a Luci Rosse", dove il sesso è libero, le prostitute la danno per spirito d'amore universale, il piacere non è a pagamento, ed ai voyeur è permesso guardare aggratis;
P) Assistere al più grande dissesto dopo il big bang, col Comune di Napoli a crepitare come caldarrosta nelle notti d'inverno senza lungomare libbbberato;
Q) Ascoltare Giggino in onde comunali di frequenza fare il suo messaggio di fine anno a tutta la cittadinanza, con i più fortunati che saranno guariti dalle scrofole direttamente dal Sommo Sindaco;
R) Vedere come procedono i lavori dello "Stadio del tennis da tavolo" sul Lungomare Libbberato, con l'imminente debutto della nazionale Sangiovannese contro i campioni cinesi del cantone della Duchesca;
S) Partecipare alla gara di tweet con lo staff di Giggino e vedere chi le spara più grosse, in un crescendo di cazzate e bollicine da champagne;
T) Attendere l'elezione di "Miss Bandana Bagnata" con 3 gradi sotto zero, aspettando che il freddo faccia il suo corso e alle ragazze venga una cervicale fulminante;
U) Sfidare De Magistris in una gara all'impronta di poesia nipponica, detta in gergo "presa per l'haiku", e vedere se si riesce a battere il campione partenopeo;
V) Sfidare le leggi dell'umana comprensione cercando di capire come mai la diretta di Capodanno da Piazza del Plebiscito sia stata spostata sul Lungomare, per l'ennesima passerella mediatica della famiglia De Magistris;
Z) Sopravvivere a tutto questo, lasciare Napoli e giurare di metterci piede solo alle prossime elezioni comunali, quando il circo barnum messo su si sarà esaurito o sarà solo un lontano e pallido ricordo".
Puoi:
A) Affittare un jet con i colori comunali e lanciare cocozze arancio dal Vesuvio;
B) Inaugurare una piscina olimpionica a Piazza Plebiscito e fare il bagno puntuale a mezzanotte;
C) Far esplodere il Lungomare di Giggino, per il più grande fuoco artificiale mai visto;
D) Ammirare il Sindaco correre coperto della sola bandana arancio in bici da Fuorigrotta a Barra;
E) Cadere improvvisamente in una buca apertasi ex novo o precipitare comodamente in una buca vecchia, col tuo bottiglione magnum di spumante;
F) Impazzire in una ZTL, occasione più unica che rara di scoprire il vero lato ospitale dei napoletani, incazzati come capitoni per il cenone di fine anno;
G) Fare il bagno propizio per l'anno venturo nelle acque di Bagnoli, mai bonificate da vent'anni a questa parte, roba da far impallidire il vibrione del colera del '73;
H) Inaugurare il nuovo spazzatour, con slalom tra i fuochi delle prostitute a via Argine e affini, e derapate improvvise per evitare le masserizie ed i rifiuti abbandonati per la via;
I) Passare le feste con la famiglia, oppure visitare la Sacra Famiglia, allestita direttamente in Comune: per ora esposti un Sindaco, un fratello ed una cugina;
L) Scommettere sul prossimo Assessore di Giunta a minacciare le dimissioni o ad esser silurato dal Sindaco;
M) Vedere la genesi e la partenza del famoso "Movimento Arancione", l'ultima leggenda metropolitana di Neapoli dai tempi di Cimone e della bella Partenope;
N) Partecipare ad una delle miriadi iniziative messe in campo dal Comune, quali le imperdibili "Sagra dello strutto & cocozza arrostita" e l'internazionale concorso di "Aereofagia da germinacee e legumi assortiti";
O) Visitare il famosissimo "Quartiere Arancio a Luci Rosse", dove il sesso è libero, le prostitute la danno per spirito d'amore universale, il piacere non è a pagamento, ed ai voyeur è permesso guardare aggratis;
P) Assistere al più grande dissesto dopo il big bang, col Comune di Napoli a crepitare come caldarrosta nelle notti d'inverno senza lungomare libbbberato;
Q) Ascoltare Giggino in onde comunali di frequenza fare il suo messaggio di fine anno a tutta la cittadinanza, con i più fortunati che saranno guariti dalle scrofole direttamente dal Sommo Sindaco;
R) Vedere come procedono i lavori dello "Stadio del tennis da tavolo" sul Lungomare Libbberato, con l'imminente debutto della nazionale Sangiovannese contro i campioni cinesi del cantone della Duchesca;
S) Partecipare alla gara di tweet con lo staff di Giggino e vedere chi le spara più grosse, in un crescendo di cazzate e bollicine da champagne;
T) Attendere l'elezione di "Miss Bandana Bagnata" con 3 gradi sotto zero, aspettando che il freddo faccia il suo corso e alle ragazze venga una cervicale fulminante;
U) Sfidare De Magistris in una gara all'impronta di poesia nipponica, detta in gergo "presa per l'haiku", e vedere se si riesce a battere il campione partenopeo;
V) Sfidare le leggi dell'umana comprensione cercando di capire come mai la diretta di Capodanno da Piazza del Plebiscito sia stata spostata sul Lungomare, per l'ennesima passerella mediatica della famiglia De Magistris;
Z) Sopravvivere a tutto questo, lasciare Napoli e giurare di metterci piede solo alle prossime elezioni comunali, quando il circo barnum messo su si sarà esaurito o sarà solo un lontano e pallido ricordo".
sabato 29 settembre 2012
DUE MILIARDI PER UN BUCO:
Il buco del Comune di Napoli è pari a circa due miliardi di euro. E a quanto trapelato in questi giorni, per gli ispettori della Ragioneria di Stato non basterebbero nemmeno 80 anni per riscuotere i crediti, che tra multe e tributi ammontano a oltre 400 milioni di euro.
A salvare Giggino Murat dal possibile dissesto finanziario potrebbe essere solo un decreto montiano, via Qui rinale, per consentire il riequilibrio finanziario come già fatto in passato per altre realtà ed enti, come fu per Roma. La norma servirebbe in primis per le società partecipate, in cui si registrano le cifre in rosso più preoccupanti.
Ma per ora Bela Montosi sembra non voler ascoltare la richiesta del Divin Giggino. E la delibera per il riequilibrio del bilancio va approvata entro fine mese, salvo deroghe dal Ministero dell’Interno.
Altrimenti diventerà impossibile pagare gli stipendi dei dipendenti delle società partecipate, molti dei quali già in ritardo da mesi.
Come quelli degli operatori di Napoli Sociale, motivo per cui il caro D'Angelo assessore sta sbaraccando, togliendo baracca equosociale e burattini assistenziali, da Saint James Palace Hotel.
L'ennesimo gratta-capo per il Capo, in attesa di andare a Roma per un seggio o al minimo per una gratta-checca.
mercoledì 26 settembre 2012
Gli Svirtuosi di San Giacomino
Ensemble proteiforme, frankenstein cocozza, gli Svirtuosi di San Giacomino, scartano lacerti di partiti e cabaret, forse cabernet, brani di rapsodie radical chic oppur soliloqui d´amblais, di populistico effluvio, ed irreverente cialtronismo "da camera dei bottoni" a manovrare; camerati bene-comunisti listati a tutto, per suture piddine o dipietriste , raspando il
voto
a contropelo, in repubblicano (o repubblichino?), autarchico salotto
demagistrisiano, boiseire per de-menti aperte, di più , splanacate, con
verga e vanga per ammantar di nuovo i luoghi comuni, come fossero
scaduta merce per rivoluzionari della domenica, mero sottoprodotto
intellettuale, paccottiglia sfatta da rivender in lungomare, lungo corso
per abuliche menti a consumare tempo, politica, ed umorale leadersimo
d'accatto.
La loro Repubblica di Salotto arancio-cremisi, è imperfetto canto per dervisci impuri, fratellini, cu-giggini, consiglieri ed imprenditorucoli alleati e ratti da poltrone e prebende, retti ed allevati al bubolare ritmico e buffonesco dell'Homo Novo al Comando, perversi e sferzanti, d´istrionismo privato e pubbliche s-virtù: capitanati dal Macho Neapolitan-Alfa Dominante , garrincha neapolitano, zoppicante nell'eloquio, fantasioso nell'abbondanza di luoghi e clichè, istrionico e uterino quanto abbasta per le fregole delle signore dabbene e virtuosamente sinistrorse, per dar vita ad una sindacatura di calambours e lazzi "fotonici", scintille di parva intellighenzia a far mitopoiesi d´eroi mediali e mediatici moderni, partiti e consorterie forse del tutto "off", cardinaleschi porporati da sbertucciare all'occorrenza per poi baciarne teca e sottana all'abbisogna, onorevoli arraffoni e politicanti felini dalle unghie spuntate, fratelli senza coltelli organizzatori di barnum e festicciole, amanti ed egoarchi tronfi, con litri e chili ad imbellettarsi, profumi per sbertuccianti liturgie, per culturisti e staffisti della parola, svacantate di senso, per vie mediatiche e sociali da brufolosi facebookinari.
E' un cicaleccio continuo, inutile, che arriva all'orecchio come ictus rapace, capace a spegnere il genio sovente ingolfato della massa virtuale, son cinguettii per capri battuti (al muro?) dagli Svirtuosi, nero di seppia per intelletualoidi intagliati nella parva materia dell´apparenza, "masterizzati" in alte scuole per bassi profili, allucinati dall´ontologico nulla, scoloriti e sbreccati, ridimensionabili a colpi di satira, da ricacciare nel botro, borbottanti ed inermi, ormai stantii.
Frattaglie e brani di quasi corretta epistemologia political-amministrativa, moral suasion che vorrebbe fortemente esser urticante, irritante per chi segue il maelstrom conformista, e invece è ancor più conforme alla vaghezza ed alla pompa dei soloni vendoliani che ci trasciniam dietro, in questi tempi decotti sulla graticola d´un borghesismo ossificato, sintesi mirabile d´una stratificazione culturale da wikipedia morale, veloce a scorrere, impalpabile al lasso, inafferrabile perché mai ricercata.
Lo "Svirtuosismo da Saint James Palace Hotel" si spera non addiventi morbo pandemico che contagi le vecchie carni del tessuto socio-mediatico, facendone strali, sbocconcellandone quel po' di reale e non ipocrita flatulenza, quel ribollire grigio, ma almeno conforme o quasi all'essenza delle cose, che ammorba ed intacca il serbatoio a botte di intellighenzie fumose che vorrebbero tanto divenire, almeno se non famigli, almeno seguito di corte: la sfortuna è sempre trovare cattivi docenti vuoti, boriosi e sleali quanto abbasta, per segnare via maestra, e rivoli discenti, quali gli Svirtuosi, capi tribù spietati e satolli di sé, nel discernere il non-senso d´un cannibalico andazzo ripetitivo, questuante, di messaggi umilianti financo per la comprensione politica della massa più asprigna e caprina; servirebbe un taglio netto, con la testa del Reuccio di Palazzo a rotolar nel cesto d'un civismo finalmente cosciente dei propri mezzi e della propria virtù (ancor si spera).
Muerte ai pretazzi, ai dis-onorevoli, ai lecca-cool, oppure a loro vita eterna, per affermare la supremazia morale ed etica del proprio io immacolato? Mai ergersi a migliori, aristocratici bramini della casta degli intoccabili: siam noi ad averli eletti, siam noi a vergognarcene, perchè gli Svirtuosi son lì e ci restano, incuranti al tocco, spiriti totemici per chi si trastulla col vacuo apparire, per chi ricerca il tornaconto a spese altrui, per chi non ha immaginazione nè buon senso.
Siam noi a pargarne il dazio, fino al prossimo giro, fino alla prossima corsa.
O almeno, fino all'ultimo tweet.
La loro Repubblica di Salotto arancio-cremisi, è imperfetto canto per dervisci impuri, fratellini, cu-giggini, consiglieri ed imprenditorucoli alleati e ratti da poltrone e prebende, retti ed allevati al bubolare ritmico e buffonesco dell'Homo Novo al Comando, perversi e sferzanti, d´istrionismo privato e pubbliche s-virtù: capitanati dal Macho Neapolitan-Alfa Dominante , garrincha neapolitano, zoppicante nell'eloquio, fantasioso nell'abbondanza di luoghi e clichè, istrionico e uterino quanto abbasta per le fregole delle signore dabbene e virtuosamente sinistrorse, per dar vita ad una sindacatura di calambours e lazzi "fotonici", scintille di parva intellighenzia a far mitopoiesi d´eroi mediali e mediatici moderni, partiti e consorterie forse del tutto "off", cardinaleschi porporati da sbertucciare all'occorrenza per poi baciarne teca e sottana all'abbisogna, onorevoli arraffoni e politicanti felini dalle unghie spuntate, fratelli senza coltelli organizzatori di barnum e festicciole, amanti ed egoarchi tronfi, con litri e chili ad imbellettarsi, profumi per sbertuccianti liturgie, per culturisti e staffisti della parola, svacantate di senso, per vie mediatiche e sociali da brufolosi facebookinari.
E' un cicaleccio continuo, inutile, che arriva all'orecchio come ictus rapace, capace a spegnere il genio sovente ingolfato della massa virtuale, son cinguettii per capri battuti (al muro?) dagli Svirtuosi, nero di seppia per intelletualoidi intagliati nella parva materia dell´apparenza, "masterizzati" in alte scuole per bassi profili, allucinati dall´ontologico nulla, scoloriti e sbreccati, ridimensionabili a colpi di satira, da ricacciare nel botro, borbottanti ed inermi, ormai stantii.
Frattaglie e brani di quasi corretta epistemologia political-amministrativa, moral suasion che vorrebbe fortemente esser urticante, irritante per chi segue il maelstrom conformista, e invece è ancor più conforme alla vaghezza ed alla pompa dei soloni vendoliani che ci trasciniam dietro, in questi tempi decotti sulla graticola d´un borghesismo ossificato, sintesi mirabile d´una stratificazione culturale da wikipedia morale, veloce a scorrere, impalpabile al lasso, inafferrabile perché mai ricercata.
Lo "Svirtuosismo da Saint James Palace Hotel" si spera non addiventi morbo pandemico che contagi le vecchie carni del tessuto socio-mediatico, facendone strali, sbocconcellandone quel po' di reale e non ipocrita flatulenza, quel ribollire grigio, ma almeno conforme o quasi all'essenza delle cose, che ammorba ed intacca il serbatoio a botte di intellighenzie fumose che vorrebbero tanto divenire, almeno se non famigli, almeno seguito di corte: la sfortuna è sempre trovare cattivi docenti vuoti, boriosi e sleali quanto abbasta, per segnare via maestra, e rivoli discenti, quali gli Svirtuosi, capi tribù spietati e satolli di sé, nel discernere il non-senso d´un cannibalico andazzo ripetitivo, questuante, di messaggi umilianti financo per la comprensione politica della massa più asprigna e caprina; servirebbe un taglio netto, con la testa del Reuccio di Palazzo a rotolar nel cesto d'un civismo finalmente cosciente dei propri mezzi e della propria virtù (ancor si spera).
Muerte ai pretazzi, ai dis-onorevoli, ai lecca-cool, oppure a loro vita eterna, per affermare la supremazia morale ed etica del proprio io immacolato? Mai ergersi a migliori, aristocratici bramini della casta degli intoccabili: siam noi ad averli eletti, siam noi a vergognarcene, perchè gli Svirtuosi son lì e ci restano, incuranti al tocco, spiriti totemici per chi si trastulla col vacuo apparire, per chi ricerca il tornaconto a spese altrui, per chi non ha immaginazione nè buon senso.
Siam noi a pargarne il dazio, fino al prossimo giro, fino alla prossima corsa.
O almeno, fino all'ultimo tweet.
giovedì 20 settembre 2012
LE DIECI DOMANDE A DE MAGISTRIS
1. Signor Sindaco, come principale atto politico, lei ha dichiarato più volte di aver liberato il Lungomare: forse intende averlo liberato dai cittadini, dalle norme, dalle regole e dal buon senso, in spregio dei vincoli paesaggistici, storici e dei piani di traffico e della viabilità, declassando Via Caracciolo da “strada primaria”, ad isola pedonale? Forse intende averlo liberato dagli abusivi, e dall'occupazione illegittima di pubblico suolo?
2. Durante la campagna elettorale del 2011, lei ha tuonato più volte contro “il “consociativismo trasversale” del bassolinismo d’antan, richiamando la cittadinanza ad una rivoluzione democratica. E’ lo stesso consociativismo che l’ha portata ad inserire uomini della vecchia nomenclatura partitica nella sua Giunta “rivoluzionaria”?
3. Signor Sindaco, nei suoi proclami politici ha più volte affrontato i temi cruciali dell’ambiente e della riqualificazione cittadina, in primis la bonifica dell’ex area Italsider di Bagnoli, con la definitiva chiusura della “Bagnolifutura s.p.a.”. Forse per bonifica intendeva sostituire i “vecchi” C.d.A. delle partecipate partenopee, con nuovi elementi nominati direttamente dalla Sua Giunta? Cosa è cambiato rispetto alla precedente amministrazione?
4. Se la Sua volontà era di “Riorganizzare la struttura amministrativa del Comune avendo come obiettivi efficacia, efficienza, trasparenza e partecipazione dei cittadini al procedimento amministrativo”, come spiega dopo un anno la mancata riorganizzazione della medesima macchina comunale? Come si spiega che il numero delle aziende partecipate del Comune, ad un anno dalla Sua elezione, non sia sensibilmente diminuito, con i costi per stipendi, benefits, e prebende rimasti praticamente inalterati? E come si spiega che i costi degli staffisti di Sindaco e Giunta siano lievitati fino alla cifra iperbolica di due milioni di euro?
5. Signor Sindaco, Lei ha dichiarato più volte che la “trasparenza” è una caratteristica essenziale della Sua azione amministrativa: come si concilia tutto ciò con l’allontanamento o le dimissioni forzose di elementi importanti della Sua Giunta, quali il Prof. Realfonzo, ex assessore al Bilancio, il Dott. Narducci, ex assessore alla Legalità, o dirigenti di sicura competenza, come il Dott. Rossi, ex Presidente di ASIA? Sono Suoi errori di valutazione, oppure tali elementi non hanno avallato alcune scelte non chiarissime da parte della Giunta?
6. La crisi economica ha fortemente ridotto le risorse destinate agli Enti Locali, Comuni in primis, da parte del Governo: una doverosa politica di austerity imposta che mal si concilia con la sua azione dirigista improntata alla realizzazione di sfarzosi “Grandi Eventi” sul territorio cittadino. America’s Cup, Stadio del Tennis, eventi sportivi senza soluzione di continuità sul c.d. “Lungomare Liberato” (da cosa non è ben chiaro): e’ questa la Sua unica politica amministrativa per il rilancio della città?
7. Signor Sindaco, è vero che suo fratello, Sig. Claudio De Magistris, manager ed organizzatore di eventi, che in passato più volte ha lavorato, retribuito, organizzando eventi culturali per il Comune, adesso lavora per il suo staff senza percepire stipendio, in qualità di “volontario”? Ci può dire quali norme prevedono l’impiego d’una figura così atipica nella P.A.? E quando collabora gratuitamente, a che titolo svolge le sue mansioni, in qualità di manager privato o volontario pubblico? Ed è vero che alcuni dirigenti comunali attualmente prestano la propria opera da volontari, similmente a Suo fratello?
8. E’ vero che Lei vuole porsi come interlocutore politico su scala nazionale? E come si concilia una tale visione ben più amplia, con la costituzione di grandi movimenti elettorali di massa, con la governance specifica e gravosa di una realtà cittadina complessa come Napoli? Da molte parti la accusano di voler sfruttare il palcoscenico offerto dalla città, per catapultarsi su ribalte politiche di ampio respiro, senza aver prodotto nessun cambiamento reale nell’azione di rilancio amministrativa.
9. L’istituzione di vaste aree di Z.T.L. (zone a traffico limitato) su tutto il territorio cittadino ha snaturato la stessa concezione di mobilità metropolitana: la maggioranza dei cittadini napoletani si sente “in trappola” nei propri quartieri, subendo decisioni calate dall’alto con piglio autoritario e non concordate democraticamente con la cittadinanza o con le Municipalità interessate. E’ questa la Sua idea di democrazia e di partecipazione alla vita pubblica?
10. Signor Sindaco, Lei utilizza compulsivamente il termine “rivoluzione” per designare la sua azione amministrativa, abusandone sovente sui media cittadini e nazionali, sui social networks e sulla carta stampata. Di certo e’ abbastanza rivoluzionario accentrare su di sé una ben cospicua quantità di deleghe, tra cui quella ai “grandi eventi”, alla “comunicazione e promozione dell'immagine di Napoli”, alla “protezione civile”, ai “grandi progetti e finanziamenti europei”, alla “polizia urbana”, ai “beni confiscati”, alle “politiche anticorruzione antiracket e antiusurai, “alla sicurezza e videosorveglianza”. Non crede che sia eccessiva come responsabilità gravante sulla sua persona?
Gentile Sindaco, risponda.
venerdì 14 settembre 2012
CITTA' DI AMARE CONCOMITANZE
Città di Mare con Abitanti (caro vecchio Compagnone), Napoli e le sue paillettes arrossate, la sua plebea pudicizia, i suoi posticci a raggiera; i Napoletani, e le loro impudicizie ad inganno, quel candore androgino, smerigliato e puntuto, d'una popolazione eterogenea e complessa. Complicata. Emerge, canto dolente, tenebroso, come “‘ cupa o rua o vicariello", una città immacolata e mai monda, pura di cunto ed essenza, eppure prosaica e insozzata, nell’amnios fetale d’un teatro periferico, polifonico, mai provinciale, come onfalos di gusci tufacei in disfacimento, con plessi ed architravi industriali, come masserizie scheletriche, ad indicare un futuro svacantato e svuotato di senso. Senso ottuso, ovattato, d’una maieutica minimalista, d’exempla in soffio di labbra, del far popolo, dell'esser tessuto sociale, e compenetrarsene; il Palazzo come antica camiceria, per vesti ben cucite, calate addosso a docenti/politicanti e cittadini/discenti che tendono ad ellisse, a circoscrivere una pluri-decennale attività, una “radio-attività”, che permea il terriccio, adattandone l’humus, e scavandone in costanza, e coscienza, fiumi di carsica politeia da rive gauche, da fumisterie cabarettistiche para-berlusconidi mai illuminate, e d’immenso, raro talento, per brezze politiche d'essenza sfumata e troppo esile al tocco. Sindacatura, come sciassa a tre colori per animalità da palco. Da fermentare, sobbollire, montare, di linfe e derive demagogiche e novelle, smussando gli angoli di boiseries sinistrorse da pianeta radical chic ed intellettualoide, da paraninfi/stagisti imbellettati, a sminuzzare il senso ermetico d’una piece da ribalta mediatica gaglioffa, fino all’ultimo pezzo, fino all’estremo lacerto da strappare come applauso. Linfa plebea; e qual miglior fiera da mostrare, esotico e drammatico vezzo, da belletti di scena pieni di finzioni sovrastrutturali, che quel nostro Sindaco, calato sullo scranno dal basso, anima alla deriva per un partenopeismo da rinnovare, partogenesi pensata malino (e venuta su alla men peggio), grotesque, vivida e comunque "incendiaria"; potere sospeso sulle miserie dei basoli, mutazioni simbiotiche d’identità lazzare irredente, tra un femmineo machismo avviluppato nelle trame amministrative fumiganti e vaporose, di più, vacue ed ampollose; posticci incartonati a far da pendant ad istituzioni in agnizone perenne (“Don Antonio" prima, adesso "don Giggino"), per la progettazione periferica d'una metropoli una volta regina d'Europa. Ed ecco il novello efebo-alfadominante tricoricciuto, Candide luciferino, spirto del tempo fosco, a recidere il capo d’un meridionalismo tendente al borbonico e defunto, e forse mai seppellito (spoglie mortali, annacquate, che smottano nel deliquio): Ferdinando, o Giggino, un Goodot proditoriamente mal-rivelatosi; e facce da schiaffi, da palco, Marzia, Sarah, Maria, Alessio, Alessandro, Claudio, il "Divin Claudio", pastorielli d'un presepe dirigista approntato sul desco dei soliti, quelli noti, quelli dal panciotto ridente e ruspante. Ma è carne tremula, disseccata, solcata da trucchi di scena e canti erranti, quella di Partenope: divine muse del Populismo politicante, cedono di schianto, come per colpo esploso e ferraginoso, per trame discinte e "perversismo" borghese, paludate vesti al corpus aggrovigliate, d’un membro in testa, capo e Primus simil-virile e mai ascoso, l’incedere dello Zeitgeist a pane e puparuoli dietro di sé, ingordo e folle nelle foie adolescenziali di Reuccio Murattiano, scazzamauriello famiglio e consociativista al di là dei proclami, "gabbatore" che in gabbia mise una città, ghettizzandola ed appiedandola senza ritegno e buon senso alcuno, alla recherche dell' unico culto perduto: il suo. Si sazia della sua verità, tracannando in alto il calice di abulici e laceri miti rivoluzionari che son più corrotti delle fiabe antiche, come se fosse di Perrucci la Cantata, trasfigurati da cantori stracciati in nobili preci litaniche, verba di popolo abbacinato, per una Parola disvelata, che rimbomba del suo verbo mediatico e storpio. Giggino sradica la fenomenologia della sua personale ribalderia voyeuristica, si scontra con la realtà delle sue rappresentazioni immaginifiche, il Falso Lume a fugare le surrettizie celebrazioni di una Neapoli - la Sua Napoli - dedita ad un’autorappresentazione blanda e sovente stucchevole, perché s-personalizzata, in guisa di costume, a prescindere dalla teatralità sociale d’un palcoscenico a barnum, adagiato sulle lepidezze d’una opposizione farlocca, interessata e comunque sempre più diafana. Canto del cigno, per una Politica ritualizzata ad libitum, sfruttata come corpo e merce, kitsch artefatto per travestitismo rituale, ormai di facciata; al pulsare ritmico d’un neon ideologico, che si riversa, lunare, sul lume (non eterno, semmai etereo) ad olio d’un decadentismo borghese piccolo-piccolo e ormai solo e soltanto scenico. E semmai osceno, perché non più autentico. Eppure la lengua del Potere s'accontenta d'esistere e nulla più, raccatta i lacerti, e s’ addobba delle “moderne” radici bene-comuniste, perpetuando il rito, impervio, d’una vaghezza conforme alla moda del momento, che s’adombra e rischiara ad uroboro, all’umido della sua muffa . Merito e plauso comunque al taglio mediatico, questo sì, barocco e arlecchino, della regia e delle scenografie di San Giacomo, che mantiene la livella sempre alticcia per delineare i contorni di nuove drammaturgie, con testi non sempre all'altezza, ma pur sempre fantasiosi, seppur poco incidenti. E come tali da maneggiare con formalismo vacuo, e senza la dovuta attenzione e cura.
giovedì 23 agosto 2012
Bagnoli Futura ovvero un futuro per Bagnoli?
“Cominciò prima a piovere e poi a grandinare. Seduti nel pulpito delle colate continue, udimmo la rabbia del cielo sopra le nostre teste; attraverso i vetri dei finestroni ci raggiunse una successione di lampi che ci ridusse a un forzato silenzio pieno d'attesa”. (E. Rea, “La dismissione”).
Bagnoli, 1994. Anno II del Viceregno di Tottonno Bassolino, il Signore di Partenope, Don Antonio: da allora e fino al 2002 (anno di costituzione della Bagnolifutura, fu “Bagnoli S.P.A.”) per la prima bonifica e lo smantellamento del moloch siderurgico vengono spesi ben 343 miliardi di lire; indi poi, viene sottoscritto un protocollo d'intesa per il risanamento e la bonifica della costa disastrata, riconoscendosi nell' Ilva stessa il soggetto responsabile delle operazioni tecniche di dismissione. Inutile dire che bonifica mai fu completata, con le carcasse ossificate e derelitte in perenne disfacimento. Vulgata plebea vuole che mai furon completati, nell'ordine: un porto turistico per circa 700 posti barca (cassato dalla Sovrintendenza perchè interrompe la linea costiera); la rimozione della colmata di cemento armato (inquinatissima et nocumentissima et cancerogentissima), che a trasferirla costa un botto; la mancata bonifica dei circa 330 ettari affacciati sul golfo, tra Posillipo e Nisida; il mancato avvio della costruzione di lotti d'immobili d'edilizia popolare su suoli edificabili ( ma sempre inquinati, of course); etc, etc..
Insomma una silloge perdurante di fallimenti vittoriosi e molto poco virtuosi per il Comune che ha fatto comunella (la Bagnolifutura è al 90% nella disponibilità dell'assise di San Giacomo). E non dimentichiamo, a memento ed exemplum, che l'elemento chiave doveva essere il polmone cittadino e verdissimo, di clorofilla a saturare, d' enorme parco a scala urbana di circa 120 ha, che avrebbe dovuto esser, naturaliter, verde cerniera tra cittade grigia triste solitaria y final e Mare Nostrum, (o Monstrum, vista l'anomalia degli aromatici depositati in loco, sul fondale?). E come obliare la filiera di grandi alberghi e cotillons, estesi su di un'area di oltre 70 ha ai margini del parco, con annesse et connesse attrezzature turistiche e spa (inteso come luoghi di benessere, non di intrallazzo finanziario) a non finire?
Ai posteri la sentenza, sperando che non sia quella d'un tribunale a ferale condanna. Paiono lontani i sogni neapolitani di rendere Bagnoli novella Goitzsche teutonica (la regione mineraria di oltre 60 km quadrati di miniere di lignite a cielo aperto, riconvertite in laghi e parchi a misura d'uomo): azzerati i vertici del Cda, auto-dimissionatosi il presidente Marrone (vicenda astrusa e poco chiara invero), Bagnolifutura rimane un carrozzone vuoto, da barnum periferico che ha già ingollato 340 milioni d'euro, con previsioni di spesa lievitate in pochi anni come porcini all'ombra del Vesevo; circa l'86 % in più rispetto alle prime ottimistiche previsioni. 31 milioni di euro sarebbero stati impiegati solo per la bonifica, vexata quaestio dal kafkiano andazzo, mentre nel totale sarebbero 259.358.195 euro, i fondi stanziati per il recupero dell' ex area industriale. Gratta e vinci, ma qui a rosicar fortuna ci si rimette tempo, salute e denari.
La “terrazza a mare”, come amava definirla il vicesindaco di Rosetta, Tino Sant'Angelo, è rotonda torta da spartirsi in riva al mare, e la rive guache della Sinistrata pidina a déjeuner sur l'herbe non fu da meno: colmata, bonifica e debiti son cimeli d'un'epoca che a Neapoli si ha per acquisita. Come dire? Archeologia politica ed industriale. Poi che fu? Anno I del Grande Timoniere Arancio: più volte il Nostro Generale Piattolon in campagna elettorale e marziale annunciò, in caso di vittoria e conquista dello scranno di Saint James Palace, la chiusura di questo fatale carrozzone a perdere, della “Bagnoli Futura S.P.A.”. Grande barnum di “affarismo e consociativismo trasversale”, laddove il nostro Eroe starnazzava urbi et orbi di riqualificazione ambientale ed economica dell’area, affermando che non avrebbe mai e poi mai cessato di “denunciare la malapolitica, gli intrecci finanziari con le amministrazioni pubbliche, lo sperpero di denaro pubblico e lo spreco dei finanziamenti europei, forse i maggiori investimenti dell’Europa in un area continentale svantaggiata”.
L’Arancione lancia in resta, Pidini in fuga, resse l’urto, e come un Balotelli cremisi andò, svelò l’arcano, “primoturnò”, “balloteggiò” alle urne e le foglie di Fico caddero al suolo: Sindaco di Neapoli, il 65 % di preferenze fu per il Demagogo delle Masse Genuflesse ed Irridenti. Di certo “Bagnoli Futura” incartò di fretta valigie di cartone e nell’empireo fu tosto spedita? Giammai, che quel che fu è stato, e poi che dire? Se non “scurdammece ‘o passato, simme ‘e Napule Paisa’”….. Il che tradotto significa solo l’ennesima boutade da operetta e palco, di punta e d’attacco, ed in data agostana di calura ed anticiclone, la Giunta Arancio Sfiatata, ha “approvato la delibera di proposta al Consiglio per aggiornare e di ampliare l'ambito delle competenze della Società Bagnolifutura di Trasformazione Urbana, stabilendo che quest'ultima, oltre al completamento dell'attività di bonifica, trasformazione e valorizzazione delle aree di Bagnoli, possa operare anche su altri immobili, siti nell'intero territorio cittadino di volta in volta assegnati per la relativa trasformazione, riqualificazione, valorizzazione, sviluppo e gestione, in attuazione degli strumenti urbanistici vigenti”.
Si punta dunque ad una modifica sostanziale della natura dell’Ente pubblico, cambiando le carte in tavola come se fosse il gioco delle tre campanelle e un cecio, e su, avanti Siori! Scommette?! Che la Bagnoli del futuro addiventi una “ Società a Trasformazione Urbana” omnibus, con un ambito d’operatività strumentale, urbanistica, e patrimoniale non più circoscritto al solo alveo primigenio, ma esteso in lungo et in largo, a tutta la città partenopea. Una nuova mission, alla luce d’una calibrata riconversione e ristrutturazione delle partecipate del Comune, sempre nell’ottica del bene-comunismo apicale e dirigista tanto caro al Sindacuccio, ed in linea con un nuova politica aziendale su vasta scala, rafforzando la struttura interna dell’azienda, rafforzandone in primis il patrimonio (immobiliare e di cassa), operando come agente attivo sul mercato neapolitano, pur nel “rispetto delle prerogative del Comune come ente programmatore e socio di maggioranza assoluta dell’Azienda”.
In pratica, nuovi strumenti e risorse per implementare l’influenza della Bagnoli S.p.a. su tutto il bacino territoriale, nell’ottica di una progettazione ampliata e di gestione d’un volume di beni e risorse che invece di diminuire, fino alla prevista “estinzione” della società come più volte annunciato dal Sindaco, punterà al rafforzamento d’una azienda che finora ha ingollato finanziamenti europei e nazionali per una cifra ormai vicina alle iperboli matematiche. Alla faccia della coerenza e della politica oculata e di risanamento. E, a proposito Sindaco: la tanto annunciata bonifica dei suoli, quell’esperanto sì cara al nuovo corso accademico e politico in città, dove diamine è finita, di grazia? Ai posteri. O nel posteriore?
lunedì 19 marzo 2012
Pose Teatrali: I Virtuosi di San Martino
Al Trianon Viviani tutta la genialità dei Virtuosi di San Martino.
Da 16 al 19 marzo nel cuore greco di Forcella.
Napoli - Ensemble proteiforme, frankenstein multingegno, i Virtuosi di San Martino, scartano lacerti di musica e cabaret, brani di rapsodie radical chic oppur soliloqui d’amblais, populistico effluvio, ed irreverente virtuosismo “da camera”; camerati listati a tutto, per satire caustiche ed al vetriolo, raspando il vero a contropelo, in repubblicano (o repubblichino?), autarchico salotto, boiseire per menti aperte, di più splanacate, con verga e vanga per spalar via luoghi comuni, come fossero scaduta merce, o sottoprodotto intellettuale, paccottiglia sfatta per abuliche menti a consumare tempo ed umore. La loro “Repubblica di Salotto”, è cerusico canto per dervisci impuri, alleati e ratti da verve e humour, retti ed allevati al meneghino canto di Valdi e Gufi, bubolare ritmico ed elegiaco, perversi e sferzanti, d’istrionismo e maraviglia: capitanati da Roberto Del Gaudio, garrincha neapolitano, di verve e vezzo, istrionico e uterino quanto abbasta, per dar vita ad un’ora e più di calambours e lazzi “fotonici”, scintille d’intellighenzia a sfatar mitopoiesi d’eroi mediali e mediatici moderni, attorucoli da consessi minimali e loffi, forse off, cardinaleschi porporati da spretar fiato in malabolgia, di silhouttes di botuliniche soubrette, onorevoli arraffoni, politicanti felini dalle unghie spuntate, registi cult, amanti e tronfi, sbertuccianti liturgie per culturisti della parola, svacantate di senso, mai di sesso (e ci mancherebbe); al cuore come ictus rapace, capace a spegnerne il genio sovente ingolfato, son i capri battuti (al muro?) dai Virtuosi, nero di seppia per intelletualoidi intagliati nella parva materia dell’apparenza, più che dell’ontologico nesso, scoloriti e sbreccati, ridimensionati a colpi di satira, ricacciati nel botro, borbottanti ed inermi, per di più inutili, ormai stantii. Frattaglie e brani d’arguta e scorretta epistemologia musical-teatrale, moral suasion urticante, a cuocere sulla graticola d’un borghesismo ossificato, sintesi mirabile d’una stratificazione culturale da wikipedia morale, veloce a scorrere, impalpabile al lasso, inafferrabile perché non ricercata; il “Virtuosismo de Saint Martin” si spera addiventi morbo pandemico che contagi le vecchie carni del tessuto socio-mediatico, facendone strali, sbocconcellandone l’ipocrita flatulenza, il ribollire stigio, che ammorba il serbatoio a botte di intellighenzie in divenire: la fortuna è trovare cattivi docenti irriverenti e sleali quanto abbasta, per segnare via maestra, e rivoli discenti, quali i Virtuosi, capi tribù spietati e necessari, nel discernere il senso d’un cannibalico andazzo ripetitivo, quanto ridondante; serve un taglio netto, e allora avanti, di punta e d’attacco! Muerte ai pretazzi, ai dis-onorevoli, ai lecca-cool, oppure a loro vita eterna, se son guizzo e spunto per sadici ridenti come i vacaputanga partenopei (Valdi docet) , spiriti totemici per chi non s’accontenta dell’ apparire vacuo, ma ricerca l’essenza, di satira e arguzia.
martedì 13 marzo 2012
Pose teatrali:
Doppio Ruccello alla Sala Ichòs di San Giovanni a Teduccio: “Le cinque rose di Jennifer” e “Ferdinando”, per una full immersion nelle atmosfere del compianto drammatugo partenopeo.

Napoli - “Jennifer” e le sue paillettes rosate, la sua plebea pudicizia, i suoi posticci a raggiera; “Ferdinando” e le sue impudicizie ad inganno, il suo candore androgino, smerigliato e puntuto. Emerge, canto dolente, a Via San Nicandro, “‘a cupa ‘e Sannicandro”, in quel di San Giovanni, un Ruccello quasi immacolato, puro di cunto ed essenza, nell’amnios fetale d’un teatro periferico, polifonico, mai provinciale, come onfalos di gusci tufacei in disfacimento, architravi industriali, come masserizie scheletriche, ad indicare un futuro svacantato e svuotato di senso. Senso ottuso, ovattato, d’una maieutica minimalista, d’exempla in soffio di labbra, del far teatro e compenetrarsene; Sala Ichòs, antica camiceria, per vesti ben cucite, calate addosso a docenti/attori e spettatori/discenti che tendono ad ellisse, a circoscrivere un decennale (e più) d’attività, “radio-attività”, che permea il terriccio, adattandone l’humus, e scavandone in costanza, e coscienza, fiumi di carsica politeia da rive gauche, da fumisterie cabarettistiche illuminate, e d’immenso, raro talento. Animalità da palco. Da preservare, incendiare di linfe novelle, smussando gli angoli di boiseries sinistrorse da pianeta radical chic ed intellettualoide, da paraninfi imbellettati, a sminuzzare il senso ermetico d’una piece, fino all’ultimo pezzo, fino all’estremo lacerto. Linfa plebea; e qual miglior fiera da mostrare, esotico e dramatico vezzo, da belletti di scena scevri di finzioni sovrastrutturali, che quel Ruccello Annibale, calato dal basso, anima mundi d’un partenopeismo da rinnovare, partogenesi d’una drammaturgia grotesque, vivida ed incendiaria; ironia sospesa sulle miserie dei basoli, mutazioni simbiotiche d’identità irredente, tra un femminiello/travestisto vestale alla cornetta, spasmi posticci in agnizone perenne (“Franco”, dove sei?), virgo di solitudo, non di verga, mai beata; ed un efebo tricoricciuto, Candide luciferino, spirto del tempo fosco, a recidere il capo d’un meridionalismo borbonico defunto, e mai seppellito (spoglie mortali, annacquate, che smottano nel deliquio): Ferdinando, Godot proditoriamente rivelatosi; Jennifer, Ifigenia sacrificata sui lari d’un consumismo cannibalico. Carne tremula, disseccata, solcata da trucchi di scena e canti erranti (via radio) di divine muse del Pop(ulismo) canoro, Jennifer (Giuseppe Giannelli) scorge il botro dell’ossessione, cedendo di schianto, un colpo esploso ferraginoso, come lacrima solinga; Arcangelo, di trame discinte e perversismo borghese, paludate vesti al corpus aggrovigliate, d’un membro virile e mai ascoso, l’incedere dello Zeitgeist savoiardo ed ingordo nelle foie adolescenziali d’un Ferdinando/Filiberto, scazzamauriello asseverato e amorale, gabba le due badesse d’un culto perduto, le “zie” Clotilde (Teresa Addeo) e Gesualda ( Ilaria Basile). Si sazia della sua verità, tracannando in alto il calice di abulici e laceri miti che son più corrotti delle fiabe antiche, del Perrucci (e la sua Cantata) trasfigurati da cantori plebei, in nobili preci litaniche, verba di popolo, per una Parola disvelata.
Ruccello sradicava i suoi personaggi, la fenomenologia della sua personale recherche voyeuristica, si scontra con la poetica delle sue rappresentazioni, il Vero Lume a fugare le surrettizie celebrazioni di Neapoli - la Sua Napoli - dedita ad un’autorappresentazione sovente stucchevole, perché spersonalizzata, in guisa di costume, a prescindere dalla teatralità sociale d’un palcoscenico adagiato sulle lepidezze d’una terra arcana ed incantata. Incantata, perché ritualizzata ad libitum, sfruttata come corpo e merce, kitsch artefatto di luccichii ingolfati e salmastri, travestitismo irrituale, sfatto; al pulsare ritmico d’un neon ideologico, che si riversa, lunare, sul lume (non eterno, semmai etereo) ad olio, d’un decadentismo fallace, e non più scenico. Semmai osceno, perché non più autentico. Eppure la lengua del Basile, cinerinasulfurea, raccatta i lacerti, e s’ addobba delle “moderne” radici ruccellesche, perpetuando il rito, impervio, d’una teatralità verace, mai vulgare, che s’adombra e rischiara ad uroboro, all’umido delle assi . Merito e plauso al taglio netto, asciutto, della regia e delle scenografie del regista Salvatore Mattiello, che mantiene la livella per delineare i contorni di drammaturgie e testi imperituri e classici, e come tali da maneggiare senza formalismo vacuo, bensì con cura.

Napoli - “Jennifer” e le sue paillettes rosate, la sua plebea pudicizia, i suoi posticci a raggiera; “Ferdinando” e le sue impudicizie ad inganno, il suo candore androgino, smerigliato e puntuto. Emerge, canto dolente, a Via San Nicandro, “‘a cupa ‘e Sannicandro”, in quel di San Giovanni, un Ruccello quasi immacolato, puro di cunto ed essenza, nell’amnios fetale d’un teatro periferico, polifonico, mai provinciale, come onfalos di gusci tufacei in disfacimento, architravi industriali, come masserizie scheletriche, ad indicare un futuro svacantato e svuotato di senso. Senso ottuso, ovattato, d’una maieutica minimalista, d’exempla in soffio di labbra, del far teatro e compenetrarsene; Sala Ichòs, antica camiceria, per vesti ben cucite, calate addosso a docenti/attori e spettatori/discenti che tendono ad ellisse, a circoscrivere un decennale (e più) d’attività, “radio-attività”, che permea il terriccio, adattandone l’humus, e scavandone in costanza, e coscienza, fiumi di carsica politeia da rive gauche, da fumisterie cabarettistiche illuminate, e d’immenso, raro talento. Animalità da palco. Da preservare, incendiare di linfe novelle, smussando gli angoli di boiseries sinistrorse da pianeta radical chic ed intellettualoide, da paraninfi imbellettati, a sminuzzare il senso ermetico d’una piece, fino all’ultimo pezzo, fino all’estremo lacerto. Linfa plebea; e qual miglior fiera da mostrare, esotico e dramatico vezzo, da belletti di scena scevri di finzioni sovrastrutturali, che quel Ruccello Annibale, calato dal basso, anima mundi d’un partenopeismo da rinnovare, partogenesi d’una drammaturgia grotesque, vivida ed incendiaria; ironia sospesa sulle miserie dei basoli, mutazioni simbiotiche d’identità irredente, tra un femminiello/travestisto vestale alla cornetta, spasmi posticci in agnizone perenne (“Franco”, dove sei?), virgo di solitudo, non di verga, mai beata; ed un efebo tricoricciuto, Candide luciferino, spirto del tempo fosco, a recidere il capo d’un meridionalismo borbonico defunto, e mai seppellito (spoglie mortali, annacquate, che smottano nel deliquio): Ferdinando, Godot proditoriamente rivelatosi; Jennifer, Ifigenia sacrificata sui lari d’un consumismo cannibalico. Carne tremula, disseccata, solcata da trucchi di scena e canti erranti (via radio) di divine muse del Pop(ulismo) canoro, Jennifer (Giuseppe Giannelli) scorge il botro dell’ossessione, cedendo di schianto, un colpo esploso ferraginoso, come lacrima solinga; Arcangelo, di trame discinte e perversismo borghese, paludate vesti al corpus aggrovigliate, d’un membro virile e mai ascoso, l’incedere dello Zeitgeist savoiardo ed ingordo nelle foie adolescenziali d’un Ferdinando/Filiberto, scazzamauriello asseverato e amorale, gabba le due badesse d’un culto perduto, le “zie” Clotilde (Teresa Addeo) e Gesualda ( Ilaria Basile). Si sazia della sua verità, tracannando in alto il calice di abulici e laceri miti che son più corrotti delle fiabe antiche, del Perrucci (e la sua Cantata) trasfigurati da cantori plebei, in nobili preci litaniche, verba di popolo, per una Parola disvelata.
Ruccello sradicava i suoi personaggi, la fenomenologia della sua personale recherche voyeuristica, si scontra con la poetica delle sue rappresentazioni, il Vero Lume a fugare le surrettizie celebrazioni di Neapoli - la Sua Napoli - dedita ad un’autorappresentazione sovente stucchevole, perché spersonalizzata, in guisa di costume, a prescindere dalla teatralità sociale d’un palcoscenico adagiato sulle lepidezze d’una terra arcana ed incantata. Incantata, perché ritualizzata ad libitum, sfruttata come corpo e merce, kitsch artefatto di luccichii ingolfati e salmastri, travestitismo irrituale, sfatto; al pulsare ritmico d’un neon ideologico, che si riversa, lunare, sul lume (non eterno, semmai etereo) ad olio, d’un decadentismo fallace, e non più scenico. Semmai osceno, perché non più autentico. Eppure la lengua del Basile, cinerinasulfurea, raccatta i lacerti, e s’ addobba delle “moderne” radici ruccellesche, perpetuando il rito, impervio, d’una teatralità verace, mai vulgare, che s’adombra e rischiara ad uroboro, all’umido delle assi . Merito e plauso al taglio netto, asciutto, della regia e delle scenografie del regista Salvatore Mattiello, che mantiene la livella per delineare i contorni di drammaturgie e testi imperituri e classici, e come tali da maneggiare senza formalismo vacuo, bensì con cura.
lunedì 13 febbraio 2012
Giggino Murat e la Rivoluzione Restaurata. (Parte Prima. E meglio arriva)

“Ogni valore ha la tendenza ad ergersi a tiranno esclusivo dell’intero ethos umano, ed invero alle spese di altri valori, anche di quelli che non gli sono diametralmente opposti” (N . Hartmann).
“ La nostra forza sta nella nostra unione. Tiranni tremate. L’Italia è libera!”. ( Dal Monitore. Diretto da E. P. Fonseca).
“Cittadini, vorreste una rivoluzione senza rivoluzione?” ( M. de Robespierre).
Antefactum. Annus Domini 2002, il Cavalier d’Hardcore, Silvito Goebbels Berluscon, lancia in resta e pompetta in loco, diviene nuovamente e per la terza volta, il Signore incontrastato del Regno Italico, a sua immago e somiglianza: la sua coalizione, formata da PDL, Lega e MPA, sbaragliava il calesse dei Sinistrati con Tonino Di Pietro al seguito e rimorchio e col “Wolter” Veltroni reggente il moccolo e le redini della dirigenza; 344 seggi ed il 46,8 % di preferenze per il Nanoleone de Noantri, e 37,6% di gradimento e 246 seggi per il Secretaire piddino. E disfatta fu, come roboante tuono a sfrigolare. Il tonfo e la caduta del Molosso di Prodi s’avvertirono a rimbalzo e cascata su tutto il Belpaese; sciolte le camere come caseo al Sole, il Professore è archiviato, Veltroni defunge e per Africa, di Celestino simulacro, di-parte, stolido e compatto. Adieu! (ma è pur sempre un arrivederci, con siffatti emuli dalle bronzee facce). Il Porcellum Leviathan abbisogna di sicure vittime, ed i carnefici nel carnet c’ammischiano quel che si vuole e più non dimandate: il voto è spartiacque preciso, tra soliloquio veltroniano in piena ambasce (anche se non si tratta di debacle totale), e trionfo in formaldeide del Tappo e le sue Cere: di democrazia maggioritaria si fece brani e sberleffo, il proporzionale con premio di maggiorana, a liste bloccate, consegnò il Paese al Tremonti della Re-pubblica. Il Berluskamon Ter- (poi travolto da fighe di notizie, scandali giudiziari, corna ai vertici, risate all’Europea, spread birichino e Addio, ahi Monti!). Può abbastare? Finita l’Unione, è tempo di premitura per l’Ulivo, scatafascio pel PD, e cursus disonorum per centro-sinistra da impallinare su Nazionale e locale, in attesa d’emigrare. O ritornare (les revenants, frattaglie politicanti mai morte, che nemmanco un paletto di Fassino abbasta a sigillare in cripta ed oblio). Che il P-Dio li abbia in Gloria!
E quale il riverbero sinistro, nella Mancina ben tirata, terrea in viso, parte campana e parte-nopea? La rincorsa sull’abisso per piddini masochisti s’avvia nel 2008, e sul suo crinale discendente è da percorrere a rotta di collo, fino alla rotta finale: la Sirena rimbalza come capitone ammuffito per i TG ed i media di mezzo mondo, urbi et orbi sputtanata all’abbisogna: e chi sedeva col deretano sugli scranni del Potere, scannando il senso civico, la pazienza ed il pathos, per non dir l’ethos, ammischiando lingue come in babelico conto, in guazzabuglio? Il tandem dei “Fratelli-Cucini” perversi et affini, Bassolindo e Garruletta Iervolino. L’uno arranca di protervia, in palude demitiana, nel disperato tentativo di giocare sul tavolo le ultime fichesper arrestare (in attesa che altri lo facciano) il declino vicereale sul triclinium regionale e nel partito veltroniano (Wolter lo vede come peste, jettatorio come il De Curtis provvisto di pirandelliana patente); l’altra stranazza di mandato, il secondo, e ce la mandano per davvero, in quel di San James Palace (altro giro, altra corsa). E su tutto, il tronfio baluginio malmostoso di Madama Monnezza e le sue schiere a percolare, rifiuti come paradigma morale e civico comatoso delirante, di metropoli soffocante e sofferente, derelitta ed abusata di pudenda; da destra a sinistra, che pari sono e dispari all’occorrenza.
Il centro-sinistra è collassato, Prodi è bollito a fuoco lento, Veltroni profetizza in loft, Berluscaz è l’Eretto sul trono, ed in Campania Infelix avanzano le falangi armate a colpi di zizzona di Battipaglia e di Casale di Gigino ‘a Purpetta (Luigi Cesaro) e Nick ‘o Mericano (Nicola Cosentino).
Son loro i campioni lancia in resta, da singolar tenzone coi com-peones sinistrati, o quel che ne resta: ma il 208 è l’anno dello scandalo e della tristia; annus horribilis , l’ennesimo, per Partenope attonita, di rifiuti ammorbata come carogna, che diviene teatrino di corte per appalti e maxi-inchieste, e morte al cappio: “Global Service”, ma il servizio è in loco, con Romeo-perché-sei-tu-Romeo a far serenata e litania al balcone di Rosetta; indi il tragico suicidio dell’ex assessore comunale alla Protezione Civile, Giorgio Nugnes, impiccatosi in uno scantinato in quel di Pianura per un’inchiesta avviata in merito agli scontri di bastone e sacchetta contra la discarica di Contrada Pisani. Tale il proscenio per l’avvento dei berlusconidi sanfedisti: “Morte al Vicerè, Viva il Regno!”; Cosentino e ‘a Purpetta avvelenano il desco a Bassolino e compagnia: nel gennaio del 2009, il Governatore è a Roma, da Tonio Veltronio e Baffinix D’Alema, eppure la fattura non riesce, la mistura sobbolle e ribolle, e fa fetecchia: si cerca la manovra d’attracco alla Schettino verso l’UDC, ma il piano convergente non s’inclina, De Mita net, non vuole. Veltroni fa spallucce, Baffino D’Alema sorride ed affila le punte, “guardati attorno, Antonio” , ma pare più un avvertimento para-malavitoso, che non un suggerimento per trovar giusta candidatura vincente, o al minimo pareggiante: arriba arriba Gino Nicolais, professore universitario, ex ministro prodiano, all’epoca segretario provinciale del PD campano, pronto a prender il posto del verde Di Palma- Dino. Bassolindo è fatto fuori. La peste lo marca stretto, la sua faccetta operaia, spigolosa e dalla zazzera imbiancata, non fa gola, né ira, forse accidia: l’esito elettorale è scontato, indigesto e ferale, come Puretta al curaro. Il 6 e 7 giugno si va al voto, Neapoli è barocca e trabocca di munnezza, satolla di promesse, Berluscaz palapa il terreno e sonda il pertugio: nettezza e pulizia a suon di ramazza e leggi speciali, con ‘a Purpetta è cosa fatta, servizo all’Americano; il duo alla fratelli Al-Capone scala i vertici di Forza Italia, mecenatismo in olezzo di camurria e menestrellismo in odor di caseo e muzzarella (Cesaro non manca di sottolineare come diuturnamente inondi le stanze di Palazzo Grazioli con trecce, code e zizzone d’Aversa e Battipaglia per Silvito Goebbels da Hardcore, ghiotto di zizza, e non sol di luteo lacte).
Quel dì afoso di giugno, il 58,3 % di preferenze, 809.621 voti, è tutto per lo Sterminator di congiuntivi, il gaffeur tracagnotto e paonazzo (carica i microfoni sotto al suo grugno in mediatico eloquio, falciando e scalciando lessico ed accenti, senza tema alcuna), genius loci d’un berlusconismo provincialotto e in odor di zuppa del Casal di Principe; il cursus è bello lungo, e l’onor è da scoprire: a metade anni Ottanta si becca una condanna in primo grado, cassata in Cassazione (presidente di sezione all’epoca l’ ammazzasentenze, il festoso Carnevale Corrado), per presunte collusioni, nonché diretto favoreggiamento, verso la N.C.O. de ‘O Prufessore, il Don Raffaè di deandreana memoria; da assessore al bilancio nel suo feudo di Sant’Antimo riesce a fuggir, latitand, ad un blitz di Procura partenopea per truffe ai danni dello Stato; in una informativa dei carramba si legge: “Cesaro Luigi, nato a Sant’Antimo, avvocato non praticante, (…) risulta di cattiva condotta morale e civile (…) in pubblico gode di scarsa stima e considerazione. È solito associarsi a pregiudicati di spicco della malavita organizzata operante a Sant’Antimo e dintorni”. Curriculum perfetto, avrà pensato ‘o Mericano, e via di candida candidatura per la tornata provinciale dello ’09, risultato lasso vincente.
Usciti parteno-pesti dalle Provinciali, i Piddini frastornati e stracqui ci riprovano con le Europee: e il 2009 è anche l’anno dell’ascesa politico-mediatica del Nostro Maire Arancionè, il bonapartenopeismo murattiano muove i suoi primi passi, da Strasburgo with love; la politica è panem et circenses, ergo, Why not?, se nel barnum ti ritrovi a maraviglia? Dunque, che fu? Dopo la debacle sarda, col povero Veltroni che lo prende nel Soru, il PD ammaccato e bolso, perde il pezzi: Wolter si dimette, in Campania Bassolino continua la sua discesa a stile libero, col Delfino Cozzolino che con avviso di garanzia sul gropppone (vicende legate alla costruzione d’un impianto di biomasse a Pignataro Maggiore), e da assessore regionale in pectore, viene eletto all’European Parliament, con 137mila preferenze, incrociando le sciabole col futuro Scassatutto (il cui exploit mette seriamente in imbarazzo lo stesso Don Tonino Di Pietro): nonostante il Cozzolino emigrante, a girar nella ruota d’un riformismo “appezzottato”, il cupio dissolvi della Sinistrata nazionale non s’arresta, ed è un partito in coma etilico quel che elegge Bersani a Segretario, all’esito delle primarie (queste almeno senza brogli). Esorcismo che non riesce in toto, il cadavere artefatto degli epigoni del PCI continua, fetido, a straziar le carni del suo elettorato di riferimento: nel 2010 ci son le Regionali, e in Campania lo scettro di Don Antonio viene raccolto da un berlusconide di rincalzo, il Fantasma Caldorino.
Vicenda mica da ridere, quella inerente il lemure del socialismo in salsa hardcoriana: il povero Caldoro, più che dallo sceriffo De Luca da Salerno, deve guardarsi le spalle ed il retro (è il caso di dire) dal killeraggio mediatico-piduista del collega di partito, Nick Cosentino: questi punta allo scranno d’ ‘o Cacaglio, ed è pronto all’ultimo sangue; pare pruriginosa commediola piccantuccia targata Banfi anni ’70, eppure Cosentino punta a screditare l’onorabilità del Caldorino, con donnicciole che tanto donne poi non sono, almeno all’anagrafe. Inizia a circolare un dossier di false frequentazioni di “frocetti”, una vicenda che “vabbuò, togliamo il culattone..questo è l’obiettivo principale…rimarrà nella storia” (parola di sottosegretario all’Economia, con delega al CIPE); Nick ‘o Mericano non ha mai amato l’attesa, meglio dar cospicua mano al fato.
Discendente d’una facoltosa famigliola d’imprenditori casalesi, il Reuccio opera nel settore dei carburanti e delle parentele simil camorristiche, pericolose solo a sfiorarle: nel 2008 una sfilza di pentiti di Camorra indica il Cosentino quale referente politico del Clan dei Casalesi; l’anno dopo l’inchiesta della Procura di Napoli (pm Narducci, attuale assessore alla sicurezza al Comune) tira le somme e chiede al Gip di inoltrare richiesta d’arresto per il nostro eroe. Nulla, nada, zero, ripassate dal via, grazie. L’accusa per concorso mafioso rimane così esterna che manco la fanno entrare a Montecitorio. Cose che capitano, con Al Tappone al Governo.
Oltre a tramare nell’ombra e alle spalle di Caldorino, con femminielli frocetti e trans, nelle carte dell’inchiesta sulla nuova massoneria (quindicimila pagine e qualche omissis) il Casalese emerge come trait d’union tra politica nazionale e consorterie piduiste e di malaffare locale; grand guignol già visto, è vero, ma la protervia conclamata del Sottosegretario è pervicace e d’impatto per non annichilire Caldoro, che tace o poco protesta. Troppi i mammasantissima coinvolti, da Cosentino stesso, passando per Dell’Utri, fino a Verdini e agli imprenditori-faccendieri Arcangelo Martino, Flavio Carboni, Pasquale Lombardi: l’impasta-fango è all’opera e macina cemento malmostoso e masserizie biliose, la demolizione dell’ex Ministro berlusconide pare cosa fatta. Questione di ore. Poi la Norimberga dei poveri messa in scena con materiale di risulta, crolla sotto l’insostenibile peso del non-essere: il “pacco” è discoverto, il mattone giace in loco, e Caldoro scintilla garrulo ai microfoni mansueti, annunciando la sua discesa in campo. E che campo!
Ecoballe a ristagnare, terra dei fuochi, cumuli di diossina a fumigar nervosi: l’eredità del Bassolino è mistura d’appalti, intrecci poco chiari, commissariamenti e leggi speciali; la politeia cittadina resta sullo sfondo, a godersi il Titanic in affondo tra i gorghi del marasma partenopeo. Il monte Olimpo non rallegra i superni, titaniche sacche al nerofumo assediano i Palazzi: è tempo di cambiare. Don Antonio è melanconicamente fuorigioco, avanzano le truppe cammellate e poppute del PDL, recede il PD: fino a Salerno, dove il Sindaco De Luca impugna di ghigno serrato lo scettro e s’autocandida alle Regionali. I due son rivali, al pari di Napoli e Salerno: Vincenzino ‘o Sceriffo e Antonio ‘o Cacaglio, si guardano in cagnesco da almeno un quindicennio; sfumata l’alternativa Ennio Cascetta, proposta la seggiola elettrificata al buon Cozzolino (il quale declina gentilmente), resta solo Vincenzino, a sfidare il fantasma di Caldoro. Lo sceriffo parte a muso duro, niet partitokratja, niet PD. O meglio, palle incatenate da una parte, catene da nevischio dall’altra: meglio non scivolare troppo sul crinale dell’equilibrismo politico, Bersani è a rimorchio e sostegno. Ma il deluchismo non è poi sì distante dall’omologo sistema imperversante nel neapolitano: lo gnommero di spartizioni e potere è appropriato, di guisa giusto e calzante come sciassa monocolore, nulla si crea e nulla si distrugge, a cinquanta chilometri a sud di Partenope, che De Luca non voglia.
Il caudillo è un trattore in fregola: in suo feudo sbraita contra accattoni, clochards, e “cafoni”, e li prenderebbe letteralmente “a calci nei denti”, rei, i tapini derelitti, di oscurare il cielo stellato sulla contea, destinato ai soli cittadini benestanti e lindi (e non si capisce chi siano questi invasori, se tracagnotti provinciali eteroctoni, oppure prodotto del vivaio cittadino). Scorrazzando felice nelle lande del tessuto destrorso della città, orfano da sempre di candidati presentabili, fa strali del revanchismo progressista in salsa democratique, non disdegnando una bella Margherita all’UDC, i consigli dello chief De Mita, e una mano da Lettieri e Cosentino: il primo si trova a Salerno per interesse verso l’area delle ex Manifatture cotoniere meridionali (risalenti al Regno del Murat, quello originale, e vicenda industriale ancora più originale, basti pensare che DE Luca e Lettieri si troveranno a braccetto, e a giudizio, per spericolate varianti di piano ed intrecci poco chiari tra politica ed affari, a Salerno chiedere del “Seapark”); il secondo, su suggerimento del fido Scendi-lettieri, si affretta a diramare un comunicato stampa per i suoi aficionados, “A Salerno propongo di sostenere De Luca. Si tratta di preferire le persone contro gli interessi”. E lui di interessi di certo se ne intende.
Il Murat non vede di buon occhio la candidatura dello Sceriffo: tra Giggino ‘a Manetta e De Luca non corre buon sangue; la vicenda Seapark vede il volitivo e rude salernitano a giudizio (assieme ad altre 42 persone, tra cui Lettieri) per truffa, falso documentale e reati vari et assortiti contro la P.A.; ergo, la sua autoinvestitura non convince l’Arancionè, che non voterebbe il nostro eroe neanche “Con una pistola alla tempia”. La smoking gun rimane ben salda nelle mani sinistrorse del PD, che tanto per non smentirsi, e pur di archiviare Don Antonio e la sua sciagurata gestione, candida lo Sceriffo, senza se e esenza ma; vince il Fantasma Caldorino, col 54, 25% delle preferenze, portandosi dietro come tsunami di malapolitica, facce e faccette indelicatamaente candidate nonostante noie giudiziarie degne della peggior paccottiglia malavitosa: abbastino i nomi di Alberico Gambino (ex sindaco di Salerno, ex assessore provinciale condannato per peculato, attualmente ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa), Fernando Zara (Presidente del Consiglio Provinciale, ex sindaco di Battipaglia, sette processi a rallegrare il suo passato, con qualche intermezzo a prescrizione), Roberto Conte (ex di Verdi, Margherita, in rapporti organici con alcuni clan della Sanità, condanna per concorso esterno in associazione nel 2009, messo in carreggiata dal solito Nick The American); e tralasciando magari Lady Ceppalon, Sandrina Lonardo in Mastella, che di pastella in pastella c’ha fatto il callo, nonché vanto: sospesa da Presidente della vecchia consiliatura regionale, la signora è attualmente rinviata a giudizio col maritino per alcune indebite pressioni nella vicenda del centro commerciale “I Sanniti”; fortuna audaces iuvat, è cosa nota, e Sandrina ha vinto pure un’automobile nuova di zecca ad una riffa di beneficenza, facendo sapere che “preferisce la massima riservatezza su una eventuale donazione, poich+ il suo stile è da sempre improntato nel non pubblicizzare le proprie numerosissime opere di beneficenza”. Dipende sempre da chi si beneficia, of course.
Interludio. Mala tempora currunt. Archiviate con ignominia e vanagloria Provinciali e Regionali, i caballeros piddini si riuniscono in segreto concistoro elaborando il piano: quale miglior disfatta, capolavor d’arte e pugnace strategia, che perder financo contro sé stessi? Paradosso di Sisifo, il masso e macigno sovente sospinto, a fatica tratto, cade a valle, schiacciando i Nostri, in un freddo 23 gennaio cremisi d’appena un anno orsono: non abbastasse la napocalisse per le strade, con almeno 2500 tonnellate (in media) di monnezza a fermentare ogni dì, per le Amministrative di Napoli a sinistra han deciso d’immolarsi; e via con la farsa tragicomica delle primarie alle vongole e pummarola appezzottate. E’ cosa buona e giusta, si dirà, pur di favorire la peggiore Destra mai calata in Campania. A margine della quistione emergenziale, Comune a trazione Iervolino, Provincia with Purpetta (without tomatoe) e Regione fantasmina, se le danno di santa ragione, riversandosi vicendevolmente addosso cianuro e spocchia, cinismo e incompetenza, pur di scaricar barile e coscienza, facendosi le pulci su chi sia più incompetente in materia e sostanza; tale è il quadro della desperatio, un urlo alla Munch lanciato nelle paludi del mancato riformismo partenopeo, tra scandali da basso impero su scala nazionale, quella Mignottocrazia da pudenda illividite e farlocche, lunghi coltelli affilati nelle stanze sinistre di Neapoli, ed un caos primigeno da falansterio politico-economico afasico, ormai sfiacchito e bolso.
Mancanza di polso, nel PD, nessuno che inverta la rotta del bastimento, nel naviglio a sbatacchiare; dopo aver speso tutti i nomi possibili per i candidati alle primarie di coalizione, di esponenti “civili”, quali il magistrato Raffaele Cantone, la giornalista Lucia Annunziata (e poi ritirata), di Robberto Saviano, e perfino quello del Maire, il Divino Putto De Magistris (che si presenterà poi con IDV), ai blocchi di partenza per il trenino delle primarie, al principio del mese Piovoso e rivolutionaire, cinque mesi prima delle elezioni sindacali, si presentano in ordine sparso: Nicola Oddati, detto el Bafo, assessore alla cultura per Garruletta Iervolino, Presidente in pectore del Forum Internazionale delle Culture (carrozzone vacuo, che in nove anni nulla ha prodotto, se non brochures sballate e uno spot mediatico), bassoliniano di lungo corso (tranne una breve parentesi nelle fila di Sinistra Democratica, agli albori piddini), scaricato nella rincorsa dal caro Don Antonio, e che affilati i baffetti da sparviero è pronto a vendicarsi del “nemico” Cozzolino; Umberto Ranieri, pupillo di Re Giorgio Neapolitan Power, scuola ammendoliana, tra i primi della classe, estraneo al cerchio magico di Bassolindo, pluriparlamentare e responsabile Mezzogiorno per il PD; Andrea Cozzolino, il Delfino incozzato nero, europarlamentare a Strasburgo, in forse fino al giro di boa, calato come un unno con tanto di durlindana made in China a far strali dei nemici endemici del suo pater putativo, nel segno dell’Ancien Régime e senza amnco passare per il Termidoro; Paolo Mancuso, per SEL, ex magistrato, ex assessore della giunta Cofferati a Bologna, estraneo al territorio e sconosciuto in città; e Gino Sorbillo, ‘o Pizzaiuolo, per Verdi e società civile, che tolto il cappellone da chef, indossa i guantoni (per poco tempo, ritirandosi quasi subito dalla quintana medievale) della politique alla pummarola.
Ciò che si verificherà all’indomani dell’apertura delle urne, segna il de profundis per il bassolinismo rampante ed il ventennio democratico, con scene tratte dalla commedia umana, dalle tavole d’un Callot in piena frenesia isterica e da ultimo ballo di Sfessania.
In primis i numeri: Cozzolino risulta il vincitore formale, con 16mila e passa preferenze in saccoccia; Bersani si affretta a congratularsi, telefona di rincorsa e manco lo fermano prima della rotta; Veltroni si stupisce: “Mai visti tanti cinesi democratici in fila alle urne”, e vabbè che siam comunisti, ma qui si esagera! Urne aperte, oltre 50mila votanti in fila, voti contestati, dazioni sottobanco (dai 5 ai 20 euro a voto pro Cozzolino), brogli, schede già votate, passaggi di voti coem cerase, che uno tira l’altro (pare che rappezzare la debacle del pupillo Ranieri, sia calato il diktat per Oddati di cedere un cospicuo pacchetto dei suoi voti), denunce ed inchieste della Procura: il barnum, siore e siori, è al gran completo! Andrea Cozzo-Bassolino aveva sbaragliato tutti, portando alle urne cinesi, disoccupati, sciancati, destrorsi, triccheballacche, scetavajasse e putipù; mancava solo Pullecenella e la festa carnascialesca era scevra da imperfezioni.
L’Utopia piddina, per dirla alla Cioran, “non va da nessuna parte”; e infatti il partito è scosso, attonito e stracquo. In una sola parola: Tremante, come il suo segretario provinciale, che viene prontamente rimosso da Bersani and Company: nel giro di tre anni arriva il secondo commissariamento da Roma, e dopo Morando tocca ad Andrea Orlando, responsabile giustizia (oddio, ne hanno uno?) del PD capitolino. Cozzolino uber alles fa un passo indietro, “per il bene di Napoli” e torna a fare il suo, di bene, a Strasburgo. Ma è già troppo tardi, Neapoli non è più loro, degli accoliti di Don Antonio, e l’oro di Napoli sarà d’un altro imperatore, che intanto affila sorriso marpione e bandana arancione per la campagna elettorale più scassatutto mai fatta all’ombra del Vesevo.
La rincorsa di Giggino è una cavalcata leggendaria, al lazo, speroni puntuti e peones nella polvere; iniziata da un singolo piede nella staffa: una staffa, che il buon Giggino vuole offrire ancora agli zombies del PD, almeno così raccontano le cronache politiche in città; fiutato il momento, lo zeitgeist rivoluzionario, da terremoto epocale, il Nostro s’offre come madonna pietosa a seppellir le spoglie mortali del bassolinismo enfiato e lordo, suicidatosi in un crescendo di voluptas mortifera, di chi preferisce dissolversi nell’oblio, piuttosto che novellarsi nel midollo. Dopo il delirium tremens delle primarie partenopee, l’Arancionè pone il suo aut aut: “O con me, o contro di voi”; il 28 febbraio, la Sirena ancora dolente e sommersa di liquami, De Magistris sguaina il suo gladio arroventato, corrusco e smargiasso: “E’ venuta una grande sollecitazione affinchè potessi rappresentare una sorta d’uscita d’emergenza democratica”; tirate pure il maniglione antipanico, ma guai a toccare la giacchetta, che nessuno s’appigli!. “Mi ha convinto la mobilitazione sociale di questi giorni, con il mondo dei movimenti e con tutta quella parte dei partiti che ha volgia di cambiare (Marpionne gli fa un baffo) : la società civile ha scelto il suo campeon, dunque Why not?
Perché non investire forza e fiducia nell’homo novus, il castigatore della malversazione politica, l’avversario del consociativismo trasversale, l’europarlamentare ed ex magistrato che ci ha “messo la faccia”, contro il Potere tentacolare, incarnando Don Chisciotte e Masaniello, Gennaro Serra di Cassano e Michele ‘o Pazzo, sfumature speculari e roboanti d’una personalità guascona e ben sfrontata? Arrogante, Mister Scassatutto, radicale e dinamico; impone una “rivoluzione attiva”, la crea ex novo, mirando al vellicolo popolare, alle istanze antagoniste del movimentismo sociale, al volontariato in essetto da guerra, ma stando ben attento a non sfilacciare il trait d’union con borghesi, intellettuali e tessuto produttivo; una sintesi mirabile. Piccolo capolavoro d’alchimia biochimica, tra l’indignazione a pamphlet di partigiana memoria, alla Stephane Hessel (Indignatevi, cazzo!), e la semplice ira funesta d’una città ormai stanca d’aria fritta e compromessi, vogliosa di capopopolo, ma non capibastone, perché satura di moderatismo riformista annacquato e declinato a sinistra, di commissariamenti esterni, di centralismo e localismo non all’altezza dei tempi, e d’una classe dirigente, digerente, assisa su striminziti rappezzi di trapunte a scaldare il deretano, sempre e soltanto il “loro”; insomma, “grande è la confusione sotto il cielo”, per dirla alla Mao, e perché non approfittarne?
Alle idi di marco del PD campano, il Murat si presenta compito, fiero e battagliero: il battage politico-mediatico è affidato al Fratellino Claudio (Volontario pure allora), alle sue sgretarie allargate (poi entate nel suo staff), ad un pugno di giovani volontari universitari, perlopiù delle giovanili dell’IDV e a pochi uomini chiave; il politburo è formato da Marzia Bonacci, staffista capo; Alessio Postiglione, responsabile dell’agenda politica; Alessandro Nardi, vecchio capo-staff di Pecorario Scanio, firmatario addirittura di un appello in favore di Lettieri-Sindaco, e Sergio Barca (area Verdi), tengono le redini della lista civica “Napoli è Tua”, il paravento a-partitico, cittadino, composto da nomi noti e meno noti della classe media partenopea: un nugolo di professionsiti, medio-piccoli imprenditori, professori universitari; insomma l’intellighenzia borghese orfana della sua classe dirigente di riferimento, o meglio quel che ne rimane dopo un ventennio di cannibalismo democtaico attuato con determinazione e fermezza. Al cinema Modernissimo, quel dì giacobino del 5 marzo, la società civile risponde all’appello, capitanata dal coriaceo avvocato ed illuminista Gerardo Marotta, il patron dell’Istituto degli Studi Filosofici, in Serra di Cassano a Montedidio. Esponente liberale, intellettuale figlio degli anni d’oro della scuola europeista che unisce Napoli e l’universo mondo, Marotta apre senza esitazioni una linea di credito con il futuro Murat: “Luigi è l’ultima speranza per questa città”; massima eloquenza in minimo ingombro. La Rivoluzione a Napoli: fatta da pochi, e per un’elite ristretta , disconosciuta dal popolo, quando non repressa con ferocia, bruma sanguigna e urla disperate di martiri scannati.
Come finirà, nel 2011?
La carica idrodinamica del Murat è inarrestabile; la propulsione radicale al "cambiamento" ingloba come onda anomale tutta quella fetta civica che dei partiti ha le vesciche natatorie stracolme; stufi di nuotar controcorrente, i cittadini hanno investito il loro Nemo di galloni ed alamari, feluca ed uncino rilucente, all'arrembaggio di quel clientelismo spartitocatico e trasversale da basso impero, da bassolinismo spurio, berlusconismo cosentiniano, olezzo di immobilismo doloso quando non metastasi diretta degli apparati del Potere. Il localismo campano, strati e lacerti di un Sistema impantanato, non solletica più l'immaginario della cittadinanza orfana di modelli e rimandi; suona il De Profundis per le aspirazioni riformiste della classe civica e borghese, per le masse operaie monche d'industrie e sindacati, per le forze popolari, delle periferie metropolitane ingrigite e moribonde; perchè "del popolo", come propugna volpescamente il Murat, "i partiti han smesso d'occuparsi"; ed il popolo pare esser dalla sua parte, e schiera, vessillo arancione svettante, battagliero. Allergico ai tatticismi politicanti, al correntismo partitocratico, e alle paludi degli accordi di coalizione, Giggino è Uomo Solo al Comando; carica a testa bassa i suoi principali avversari nel'agone elettorale: tuona fulmini e saette contro i candidati di PD-Sel, PDL, e Terzo Polo; sotto i suoi strali s'abbattono Mario Morcone, Prefetto, responsabile per il Viminale delle politiche migratorie, ex commissario a Roma alle dimissioni da Sindaco di Veltroni, faccia pulita, Papa Straniero per un PD allo sbando totale, da ciucchi all'osteria; il "prenditore di soldi pubblici", il destrorso Gianni Lettieri, ex Presidente mai compianto degli Industriali partenopei, legato a doppio filo a Nick 'o Mericano, imposto con una certa titubanza dallo stesso Cavalier Pompetta Berlusconide; ed il rettore del secondo ateneo della Campania, Raimondo Pasquino, espressione degna e civile, ma troppo legato al demitismo locale per significare discontinuità effettiva. Ai blocchi di partenza si presentano anche "Mastella- che pastella", ex Guardasigilli ai tempi di Prodi, che giura "giurin-giurello" di farsi saltare le cervella, o comunque farla finita in caso di vittoria di Giggino, e Roberto Fico dei grillini 5 Stelle, spiazzati dalla mossa "civica" del Murat, che con la "genialata" della Lista "Napoli è Tua" (ma è più roba sua), eroderà il bacino elettorale dei Movimentisti a-partitici per eccellenza e desìo (e guizzo del Grillo).
La marziale campagna per lo scranno più elevato di Saint James Palace è "a la guerre comme a la guerre", colpi alla cintola,montanti e uppercuts da deliquio e grand guignol compresi; "all inclusive", e nel pacchetto ci sono, nell'ordine: affronti a muso duro tra Morcone e Iervolino, nel campo Pidino, con Garruletta che risponde alle critiche del Prefetto, imbronciandosi e ritirandosi sull'Aventino degli ex di lusso assieme a Don Antonio; fulmicotone tra Lettieri (su istigazione massmediologica e comunicativa di Claudio Velardi)e lo stesso sistema-Cosentino, con presa di distanze in corso d'opera del prenditore Gianni, e rocambolesco dietro-front davanti alle pubbliche scudisciate d' 'o Mericano; bombarde e spingarde l'un contro l'altro armate, col Murat che bordeggia, rostro ben in vista, cannoneggiando il "consociativismo trasversale tra i partiti comunali"
degli ultimi anni da vampirismo gotico-politico, di bolina controvento contro il Sistema tutto, riversando il suo iperpresenzialismo ubiquo tra promenades territoriali, tra cittadini e quartieri, centro e periferie, incontri mediatici e settoriali, abbracciando i centri sociali e i salotti borghesi, l'indignazione furiosa e la snobistica voluptas di cambiamento senza sangue versato: rivoluzione e
pranzo di gala a braccetto, insomma.
I partiti risultano bolliti, al giro di boia: un sondaggio interno, carsico e strisciante, mai pubblicato ufficialmente, dà Lettieri tra il 30 ed il 35%, con De Magistris tra il 20 ed il 25% e Morcone melanconicamente al palo del 15%. La liturgia ombrosa delle segrete stanze ha fatto perder caveza e sintonia agli uomini, alle donne, che presenziano ed officiano il culto del Potere; smarrita la via
radicale del cambiamento, rimane il vacuo e sordido tintinnar d'offerte come obolo versato alla pancia della classe digerente, i cui borborigmi sovrastano i peana e le litanie d'un tessuto socio-economico in aritmia da fibrillazione. Endocardite da gestazione (e gestione) virale.
I paragoni con la "primavera del '93", quando l'operoso incedere d'un Bassolino barricadero e zapatista conquistò di ragione e sentimento mezza Neapoli, son sprecati,ancorchè lampanti: Giggino Murat con massima semplicità lessicale e razionalizzazione di contenuti, ha scardinato la piramide degli assets partitici fin dalla sua essenza a fondamento. L'argilla è tornata melma instabile, sotto i
colpi precisi e netti del suo imperio; non mostra cedimenti, l'Arancione, colpisce duro, vede il sentiero sgombro; non resta che serrare le fila, compattare le falangi e scatenare al suo segnale l'Equitum Imperii per la cavalcata cremisi, solitaria y final.
La debacle post elettorale annichilisce i piddini di Morcon al primo turno: il Papa laico, calato sul tavolo per arginare l'anemia politica in quel di Partenope, nonostante guizzi, lazzi e piroette, non incanta i sansculottes neapolitani, raccogliendo uno striminzito 19,15% (ghigna il Bassolindo,
affossandosi con tutti i filistei); la scomunica del giaco-Giggino non irretisce i lazzari-borghesi: il Murat plasma la "Revolution, parbleau!", chi si ferma è "perdiu", ed il biglietto per il secondo turno contro il Destrorso industriale (scaricato da tutti o quasi i colleghi di Palazzo Partanna)lo intasca di
netto con un ricco 27,52% (127.920 voti, di cui 60mila frutto di voto disgiunto) costringendo Mastella al tubo del gas (almeno in senso metaforico, visto che Mister Pastella non arriva nemmanco a sfiorare il 3% di preferenze) e cannibalizzando tutti i voti di protesta & opinione, determinando uno smottamento a bradisismo delle più fosche (per l'altrui vanto a detrimento) previsioni elettorali. "Revolution at work", è il cartello appeso al collo dello Scassatutto spocchioso e andaluso, il giacobino popolare che mira in alto come aquila asburgica et imperiale.
(To be continued…).
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