sabato 5 novembre 2011

Racconto in regalo (ci sono i saldi)



MAGIC NAPLES

Le stupefacenti avventure
di Mago Genny



































A tutte le comparse di questa vita menzognera










































Cocaina: alcaloide che si ottiene dalle foglie
della Erythroxylon coca, pianta del Sudamerica,
largamente coltivata in Perù e Bolivia. A volte Messico.
(Wikipedia)


«Se solo mi ricordassi cosa viene dopo “abra”,
farei sparire l’intero pubblico».
(Harry Houdini)


«Signorina, se squilla il telefono non risponda!
Potrebbero aver sbagliato numero».
(Groucho Marx)




















«Mago Genny, allora mia figlia si sposa o no?».

La voce all’altro capo della cornetta sobbolliva nervosa. Una punta d’acidula apprensione non bastava a tradire le origini nazionalpopolari di quell’epigona vogherese in salsa verace. Lo spirito di Partenope ne pervadeva la frenesia verbosa, arrampicandosi su tonalità catarrose e gutturali da quatrana d’alto bordo. E mentre aspirava ampie volute di ragù fermentato, riformulava a cantilena la fatidica domanda: quello splendido sconciglio di figlia che aveva partorito a calci e preghiere ben quarantacinque anni prima avrebbe mai trovato un vruoccolo scafesso da impalmare?

L’uomo rimuginava bovino, non sapendo che cartuccia sparare; doveva generare una bobina di minchiate, sollevare l’argano e dare energia a quel mostro di balla che stava per partorire in diretta telefonica.

«Signo’, la verità? Nelle carte c’è confusione, il futuro è nebuloso, ci ho l’Appeso che non mi promette buono, ma la Temperanza, eh, la Temperanza! Vediamo che cosa mi esce. Qua le carte devono essere interpretate, sennò il responso non è chiaro».
«Mago Genny, ma è grave ’a Temperatura?».
«La temperatu…? Signora, questa è la Temperanza, una carta dei Tarocchi assai importante: le carte so’ precise, signora mia, ma non vi preoccupate, che la giovane troverà presto l’amore. Tempo al tempo, vedrete che non di amore piccolo si sta cianciando, qua ci sta in ballo l’Amore grande, quello con la lettera maiuscola! Secondo le carte la ragazza va sposa entro quest’anno».
«Uh, che mi dite! Mago Genny, ma siete sicuro? Mia figlia non tiene l’uomo, è femmena sconzolata, manco uno che se la sia guardata a questa povera anima in pena!».
«Signora, qua le carte mi dicono che l’avvenimento è imminente. Scusate la domanda indiscreta: vostra figlia è vergine?».
«Adesso non mi ricordo il segno, comunque è nata a marzo…».
«No, non avete capito. Dicevo: ’a guagliona è vergine? Cioè, tiene confidenza con le cose intime?».
«No, io delle intimazioni di mia figlia non saccio niente. Ma poi a voi che v’interessa? Fatevi i fatti vostri!».
«Signo’ – tagliò corto il Mago, che si stava leggermente rompendo i coglioni –, quali intimazioni e intimazioni?! Qua le carte parlano, il destino vi sta chiamando, voi che vi credete? Io mica sto qua a prendervi per il cu… cioè, ve lo dico col cuore in mano!».
«Sì, ma io…».
«E allora scusate, qua la mano degli Arcani l’abbiamo avuta, mo’ ce vo’ solo ’a mano d’ ’a Maronna! Le carte hanno parlato: la ragazza se è vergine troverà prima l’amore, sennò ammèn! E poi queste sono argomentazioni da sessuologo, io sono solo un ciarlata… un umile scrutatore del futuro. Sissignore, io sono un mago serio, signora mia, non come tanti buffoni tutti paillettes e stelle filanti che vi danno ’na fregatura, v’intortano di chiacchiere, e voi spendete soldi a palate con quelle linee per sporcaccioni zozzi! Che poi si sanno ’ste cose: chi vi risponde sta alle isole tropicali a grattarsi il pacco… di banconote fregato dalle tasche di quei poveretti come voi che telefonano come fessi, sperando in chissà quale miracolo, pregando in un aiuto che solo il cielo sa…».

Era partito. E quando partiva era un treno in fregola: condensava tutte le cazzate che mente umana potesse concepire, e senza pagar dazio o pedaggio ai lobi prefrontali, puntava alla cieca il bersaglio, premeva il grilletto e sparava a mitraglia.

«Sì, Mago, ho capito, ma mia figlia…».
«Signo’, non m’interrompete. Io lo dico a favore vostro, che vi fate fregare dai buffoni col mantello alla Mago Zurlì… Che poi, tra parentesi, io potrei pure farveli i nomi di questi approfittatori, ma non li faccio, non ve li dico perché sono un signore. Adesso saluti, mia bella signora, e non vi dimenticate che se volete l’amuleto di Mago Genny potete chiamare pure all’altro numero che vedete qua alla mia sinistra, o alla mia destra o dove cacchio sta scritto. Il talismano di Mago Genny, ricordate: l’unico e solo che previene il malocchio, tiene lontani i malefici e vi fa bollire l’acqua sul fuoco. E se sul medesimo fuoco scarfate ’sti sassi, questi perfetti manufatti della scienza tarocca, vi fanno passare financo i dolori alle ossa. Sì, amiche mie, avete capito bene, pure i reumatismi vi faccio passare!».
«Vabbè, Mago Genny, io vado, che si sta attaccando ’o sugo…».

Tu, tu, tu…

«Signora, signo’? Come dicevo, se volete parlare in privato, più tardi attacchiamo la linea privè, così non fate sapere i casi vostri alla gente, che poi è maligna, che ve lo dico a fare. La linea è qua in sovraimpressione: solo due euri al minuto, io so’ economico. Lineee libereee!».

Il Mago Genny, noto ai mortali col nome terreno di Gennaro Pellecchia, di napoletanissimi natali e neanche sì nobili, non era quello che l’estetica dominante avrebbe classificato come bell’uomo. Lontano anni-luce dalle copertine patinate di Uomo Vogue che quella troglodita di sua moglie comprava a scadenza fissa e con inutile sperpero danaroso, sotto la sua faccia da triglia, la panza da commenda e il petto villoso da lupo marsicano era arduo scorgere una pur minima traccia d’umanoide di razza caucasica: lo spettacolo era quello d’una larva bozzolosa ed enfia, entrata a forza in un sacco rosé a pelo corto e coi pendenti molli al seguito. Un perfetto incrocio tra un molosside ripieno dalla pelle grinzosa e uno a caso dei Cugini di Campagna (esclusa la checca isterica biondiccia). Oddio, non che la sua signora fosse un fiore: il tempo l’aveva scalpellata a dovere, e la Madonna con puttini s’era trasformata in un involtino primavera scotto a puntino, un cespo misto di rughe, unghie laccate e crine biondo-cenere-un tempo-castano che le pendeva floscio dal capo bombato, come lo sbuffo indolente d’una balena cotta in una zuppa d’agosto. E nemmeno cinquemilaseicentocinquantavirgolaventi euro di tette rifatte (il che faceva più o meno duemilaottocentoepassa euro a tetta), posate nelle mani lisce d’alabastro del noto chirurgo plastico Eugenio Filiberto Leonardi Strozzi, dell’antica stirpe de Lumi Mannari della Medicina, avevano reso più appetibile la femmina, ormai sulla soglia dei cinquanta, in menopausa attiva e con picchi ormonali tali che neanche un novello Messner avrebbe osato scalare. Adesso rassomigliava vagamente a un trumò con gli airbag; un incidente di percorso cui la donna stava già pensando di porre rimedio, ma che a Gennaro Pellecchia non dispiaceva affatto: ora che la moglie pareva un giulianoferrara sgusciato e senza pipino, non sentiva più il peso del dovere coniugale né di quell’estro virile che un tempo gli animava le pudenda. Fin qui tutto bene, ma alla signora la cosa non andava giù. «Ecchecazzo, io mi faccio ’ste pere spaziali e quello stronzo neanche mi guarda? No, eh, così non va!». E questo era il motivo della presenza in casa Pellecchia, in quel preciso istante e momento, del “Dott. Girovazzi Adelmo, commercialista e affini”, il quale oltre a ripassare i conti del Mago, si ripassava paonazzo la di lui consorte, con evidente soddisfazione soprattutto della fedifraga, sicura e conscia da sempre che quell’affini comprendesse prestazioni extra, più da letto a due piazze che da scrivania. Dopotutto, le pere non a tutti piacciono col formaggio.

Uno squillo prolungato e impertinente interruppe il flusso celebrale del Mago: era dalla mattina che un tarlo gli rodeva, una pulce lo pungeva e il deretano gli prudeva. Aveva minuscole stalattiti scongelate a rigargli la fronte, un estuario di rivoli setosi sfilacciati da un’ansia febbrile. Guardò verso il basso. Questa volta la roba era decisamente troppa.

«Pronto, è il tuo Mago della serenità e della fortuna che ti parla. Chi sei, amico caro?».
«Mago Genny, ciao, mi chiamo Bruno. Gli amici mi chiamano Brunello perché sono bassino. Scusa, sono emozionato, non ho chiamato per l’altezza, ma per la bassezza di quella sottospecie di mia moglie… Sono un paio di mesi che quella stronza mi nasconde qualcosa, è strana, credo che non mi ami più come prima. Qua ci vuole la mano tua, vedi le carte che dicono».
«Eh, sento dal tono di voce la tua sfiducia, ma non appaurarti che per soli, e dico soli, due euri al minuto, ti risolvo tutti i dubbi del mondo, perché lo sai che sono un paraculomagoefattucchiere di modesta pretesa ma dai grandi poteri. Il mio occhio non mente! Del resto al giorno d’oggi le donne non sono più quelle di una volta, e meno male. Ma dimmi, non voglio farti perdere tempo perché sicuramente sarai sulle spine, dico bene?».
«Infatti…».
«Ecco, appunto, non vorrei che si pensasse che una persona onesta come me, l’unico Mago Genny degno di questo nome, abusi del vostro tempo. Allora dimmi, Antonio».
«Bruno, mi chiamo Bruno!».
«Bruno, appunto. Vediamo, di che segno sei?».
«Mi pare Ariete».
«Ariete. Bel segno, un segno forte, di fuoco. E tua moglie?».
«Toro».
«Toro! Ah, e questo non è buono. Voi vi state scornando perché, perché…».
«Dimmelo tu: perché?».

E adesso che cazzo s’inventava? Tabula rasa, la capa come una landa africana arroventata. Nulla, nada, zero. Roteò la testa, inarcò sbuffando le narici e puntò come un torello i suoi occhi sanguigni in quelli di Ernesto, l’unico cristiano che aveva accettato di lavorare per lui, eccezion fatta per la sua assistente molto personale; ma quella era un’altra storia. Ernesto, un cubo di Rubik di centotrenta chili, lo guardò inebetito, la pupilla acquosa, e mentre con una mano porcina si detergeva la cascata sudoripara sottoascellare, con l’altra disegnò la parabola invereconda di un paio di corna taurine, sventolandole alte e fiere, come un vessillo medievale.
«Mago, ci sei ancora? Pronto?».
«…perché tieni le corna!».
Gli uscì tutto d’un fiato.
«Lo sapevo, chella stronza! Quella sono mesi che non mi guarda più in faccia, che non fa più l’amore con me… Manco s’inventa più ’e male ’e capa come prima, nooo! Me lo dice senza fronzoli, papale papale: “Mi fai schifo, io vicino a te non mi ci strofino più!”».
«Eh, so’ finiti i pruriti!».
«Mago, quella la sera esce, dice che va a trovare le amiche o che va dalla madre. Io la chiamo ma il telefonino è spento, dice che ha problemi di campo… Ma se continua così saranno problemi di camposanto!».

Non era il momento d’improvvisarsi consulente matrimoniale, il tempo macinava sbilenco i suoi grani frettolosi. Antonio, Bruno o come cavolo si chiamava il cornutone, doveva essere liquidato.

«Antonio, il disegno degli arcani mi si è svelato nella sua pienezza: le carte nella loro saggezza astrale mi dicono che vi siete scambiati i segni».
«Cioè?».
«Perdona la franchezza, ma il toro sei tu, e mugliereta è ’na zoccola! Ma non disperare che… Pronto?».

Tu, tu, tu…

«È caduta la linea. Speriamo che Antonio non faccia sciocchezze. L’amore dà, l’amore toglie. A volte la vita fa strani scherzi, ma il vostro Mago Genny vi può aiutare, chiamate con fiducia. Il numero sta qua sotto, sono solo due euri: manco ’o cafè ci pigliate più! Lineee libereee!».

«Gesù, Gesù, un buffone di questo calibro! Ma come si fa al giorno d’oggi a perdere tempo appresso a ’sti maghetti da strapazzo? Io a questo lo arresterei solo per la faccia che si ritrova!».

Il maresciallo Stanassi, dei Carabinieri del raggruppamento “Puteoli”, teneva gli occhi incollati allo schermo di un piccolo monitor a colori che rimandava la faccia sorniona del Pellecchia. Dentro il camioncino si soffocava, l’inferno s’era liquefatto in nuvole di vapore liquoroso, miste a olezzi di sudore pungente e dopobarba dozzinale. L’appostamento era durato anche troppo.

«Minchia, la divisa! Col caldo è peggio d’un sudario… Ridi, ridi, stronzo, che fra poco ti cancello il sorriso insieme a tutti i denti! Mangerai solo pastine in brodo».

Nello schermo luccicava il sorriso luciferino del Mago. La sua voce catramosa di fumo risuonava nelle cuffie del carramba.
«Sai che risate si farà il pubblico ministero, quando si sente ’sta robba! Cuccurullo, ma tu lo vedi a ’sto volpone?».
Il giovane Cuccurullo, da poco nella Benemerita, sfatto e appiccicoso come un beduino in una sauna turca, si avvicinò al superiore inforcando la cuffia. L’ombra di un sorriso si affacciò sul suo volto ben sbarbato.

Le indagini sul conto del Pellecchia andavano avanti da due mesi e mezzo. Il suo curriculum era degno di un arseniolupin rubagalline armato di scacciacani, ma in provincia questo bastava e avanzava per piazzarsi in pole e fare punti malavita: evadeva sistematicamente le tasse, truffava senza remora alcuna, emetteva assegni a vuoto come neanche Cecchi Gori, e non contento del suo limpido cursus honorum, era indagato pure per spaccio di coca et similia. Il che lo rendeva una rotellina molto utile nell’ingranaggio dei clan locali, implicati in truffe, droga e rock’n’roll, più baldracche compiacenti e pizzo al seguito.
«Questa volta ’sto stronzo lo becchiamo. Altro che evasione fiscale! Cuccurullo, la pattuglia di rinforzo?».
«Arriva a minuti, maresciallo».
«Ok, pronti ad intervenire».

Intanto Pellecchia, staccate le linee, sbattuto il telefono in faccia ai babbei, s’era attaccato alle mammarelle della predetta assistente muy personal. Nel suo studio orale, a una poppata intervallava una sniffata, rapida e precisa. Sul tavolino, in evidenza, quattro lunghe strisce di coca, pronte all’attraversamento nasale in surplace. Giusy Parente era in estasi preamplesso, e senza neanche aver toccato la bianca col suo nasino da bambolina cinese: quell’errypotter posseduto sapeva come ripagarle gli straordinari, anche se la sua virtude guerresca, laggiù nei bassifondi, era tutto fuorché extra ordinem. Ma dove non puote natura, puote costanza.
Il povero diavolo sbuffava a mantice in piena sindrome preinfartuale, paonazzo di viso e di cappella. Si udì uno squillo a manca. E mancava effettivamente poco al coitus, meno ancora all’ictus, quando i militi noti pensarono bene di fiondarsi a grappolo nello studio, senza preavviso a garanzia del decoro, bastante il solo avviso di garanzia, al grido crucifero di: «Alt, Carabinieri, non vi muovete o vi rompiamo il culo!».
Il cervello strafatto dell’uomo elaborò due o tre rapidi pensieri. Nell’ordine:
1. «Sono fottuto»;
2. «Non si scopa più»;
3. «Due o tre piste di polvere non sono un problema».
Problema che, inverecondo, si poneva per l’involucro dabbasso, d’un biancore allucinante, processualmente aggravante certa, che di colombiana pura e granulosa ne conteneva due chiletti e passa o giù di lì, la qual cosa non mancò di corrucciare il Mago, che da rubizzo divenne smorto. O direttamente morto, dato che quella coca era del ras di stanza orientale, la zona più losca dell’hinterland, detto ’O Monacone perché da giovinetto aveva strozzato un parrino a mani nude. Del resto, per abbracciare Dio si deve pur passare da un prete, no? La fraterna amicizia dimostrata dal Pellecchia al Monacone per celare la sostanza in cambio di quattrini stava per mutar segno nonché misura, attestandosi sul metro e settantacinque, centimetropiùcentimetromeno, bastevole di sicuro per una cassa in radica di noce a nome suo.
«Merda!», proruppe il tapino, ancora imbrigliato nel reggipoppe della donna, la quale arrancava stranita sulle di lui vergogne: pigolava come un’oca starnazzante, fioca la luce dell’intelletto, turgidi i seni, non arrestava il suo carnale andazzo, tutta presa dal maghetto e dal suo ballo indemoniato. Il Pellecchia s’inarcò come un orso imbizzarrito, catapultando la donzella all’altro capo della stanza. Allungò le zampacce sulla busta, mugghiò, si rivoltò come un’otaria, ma nulla: la busta di neve non si squagliava, non scioglieva e non coagulava.
Ci voleva un’idea. E l’idea venne, seppur a strappo: volteggiò grifagna posandosi su di un ramo periferico della sua capoccia di Homo Poco Sapiens, schiantandosi come fava colpita da piccione. Nell’angolo, un lembo turchese dell’alcova disfatta lasciava intravedere una superficie bombata e circolare: ma sì, la palla! Il globo oculare delle Graie, la sfera da strapazzo, scenografica e fasulla, di tutti i silvan smandrappati, compagna fedelissima dei maghetti galbusera scaduti e indigesti: se ne stava lì, immobile ed opaca, a fissarlo.
L’uomo ne afferrò la base strappandone a morsi il doppio fondo, ci ficcò dentro la roba a cazzotti e richiuse il tutto, stabilendo il nuovo record mondiale di occultamento coca. E fu così che il maresciallo Stanassi lo trovò, massa irsuta a contemplare la palla, uno sferisteo opaco tra le cosce, carezzata con mano amorevole e paterna. L’altra, invero, aveva un gran daffare: strizzava il culo alla biondona con malcelata nonchalance. La tipa sembrava stranamente euforica: se ne stava seminuda sul pavimento, rideva di gusto ed emetteva trilli a ripetizione, come un campanellino sbatacchiato dal vento.
«I pinguini, so’ arrivati i pinguini!», ripeteva inebetita, indicando i militari nel loro scafandro scuro.


Due anni e mezzo dopo…

Pioveva.
Novembre, un mattino abulico con goccioloni umidi a scheggiar finestre, nuvolaglia striata all’orizzonte. Gennaro Pellecchia, alias ’O Mago ’e Poggioreale, si lasciò dietro alle spalle smagrite i battenti ferrosi del carcere partenopeo. Umore nero, vestito a righe color kaki, macchie e polvere.
Dal gabbio era uscito smunto e incazzato, la zazzera ingrigita, arruffato come un cucciolo in una pozzanghera: il filo gli era sfuggito, gli eventi precipitati e la vita gli aveva presentato il conto. Salato, maledettamente salato. Poco più di due annetti ed era stato ripulito come un casinò. Solo che lì, in quel mondo in chiaroscuro, non c’era nessun georgefacciadafigoclooney ad aspettarlo col motore acceso. Unica compagna, un’ossessione a chiocciola, che s’arrovellava su sé stessa, variabile impazzita da cui dipendeva il suo futuro. E che volete che sia: una chiazza melmosa, uno sputo e via, il futuro di un ex galeotto è grama cosa, è un casellario annerito. Anzi bianco. Come la neve, come la coca. Un pacco di bianca, per la precisione.
Pazza idea: recuperare la sfera dei desideri, piazzarla per bene, e fanculo al mondo, benvenuto a El Paso! Aveva un cugino in Texas, un certo Bill Pecuraro o qualcosa del genere, amico fraterno, sposo degenere. Uno yankee tutto patria e famiglia: aveva menato la mogliettina per venti anni consecutivi con l’asta della bandiera. Quando si dice un amore combattuto. Poi lei aveva perso il match e l’aveva piantato coi marmocchi.
Ma questa è un’altra storia. La sua era appena iniziata.

Una voce pastosa, da sbornia atomica post prediale, rispose infine al telefono: «Chicazzeeè?».
Così, tuttattaccato. Era lui, senza dubbio: Tony Permaflèx. Il nickname lo doveva alla sua attività di facciata: per la legge degli uomini era il probo titolare d’una azienda che sfornava molle per materassi; sì, quegli involucri soffici per il riposo del corpo, anonimi bozzoli per culi flaccidi e tette alla zuava. Solo che i materassi erano strafatti: tolta la merinos, di lana ne rimaneva ben poca, e quel che fruttava era la coca. La schiena ne soffriva, ma in compenso te li potevi pippare. Senza esagerare, altrimenti il riposo diventava eterno.
I due compañeros avevano un comune passato. Addirittura biblico: s’erano scrutati guardinghi il grugno una prima volta mentre si facevano massaggiare le membra da solerti geishe in perizoma nel centro benessere “L’Eden Terrestre”, paradiso d’orge posticcio, harem per infoiate a pagamento, perfetta agorà per scopare e fare affari. Si veniva al sodo passando per le sode. Il tutto con garanzia: erano troie certificate e non v’era pericolo che giungesse qualcuno a interrompere l’idillio perverso. A parte la Polizia.

«Tonino? Sono Genny Pellecchia. Devi darmi una mano…».
Un’ora e venti minuti dopo i due se la stringevano.
«Figlio d’una cagna allupata… E quindi presa ’sta cazzo di palla te la squagli, eh?».
L’amico lo guardava di sottecchi, gli occhi ridotti a uno scippo felino.
«Il piano è semplice ma rischioso. Magari ’o Monacone la sta cercando ancora, cazzo ne so? Giro la ruota e spero che la pallina si fermi sul mio numero. Come la vedi?».
«Meglio che giocare alla roulette o finire sotto i ponti in roulotte… Facciamo che mi dai qualche giorno e ti rimedio la palla magica. Sputami in faccia se non sono amico tuo!».
«In faccia dovrei sputarmi da solo: in villeggiatura ci son finito come un pivello qualunque. Erano mesi che mi seguivano con quel cazzo di furgone, bastava sollevare il muso dalla sottana di Giusy per sentire puzza di sbirri, e invece…».
Giusy! A quel nome gli occhi ebbero uno sbalzo di tensione, illuminandosi a giorno.
«Ehi, che t’è preso? E adesso perché cazzo ridi?».
Pellecchia era estatico. Sulla faccia da galera si stampò lo sbrego stregato d’un Gatto del Cheshire; fissava l’amico con le pupille dilatate, sobriamente sbronzo senza aver toccato il doppio strato di Jack Daniel’s nemmeno di striscio. Lanciò la mancia al ragazzotto in livrea, centrando il bicchiere con un sordo tintinnio: dopotutto era pur sempre whiskey da due soldi, il piscio paglierino del vecchio Jack. Tonino lo vide allontanarsi in una nuvola di salatini; fissava ancora l’orlo del tavolo, mentre l’amico s’era già liquefatto. Una figura sfocata, persa tra la chiorma della via, il bavero rialzato a nascondere un sogghigno.

Ombre dolenti ad avvolgere corpi e cose si allungavano sul profilo cremisi del vulcano, mentre la sera avviluppava i vicoli a raggiera col suo manto artificiale: l’andazzo giornaliero andava scemando, la risacca cittadina schiumava verso casa. Sguardi tufacei di persone distratte, pallide lune storte e assorte, maratoneti stanchi di rincorrere la vita. Tutto scivolava via come inchiostro catramoso. Gennaro non ricordava l’odore del crepuscolo; era sfumato anch’esso, era un vago sentore di umori passati, distillato d’una vita affastellata, ingolfata alla partenza. O forse era solo il puzzo dell’olio motore di quella Ritmo ridotta a simulacro, ricetto momentaneo dal pungente incedere della tramontana. Febbrile, non mollava la presa, lo sguardo inchiodato a un portone dagli alamari lucenti, frenesia e paura a disegnargli un solco in piena fronte. Sulle colline a ponente la notte arriva prima, riversandosi sui serragli alto-borghesi, colmando i vuoti con assordante silenzio, ricoprendone serica le vergogne. Al sesto mozzicone gettato via con stizza, finalmente scorse una figura familiare uscire dal maniero, salutando frettolosa un capoccione a cespuglio che sbirciava dall’alto, affacciato sul fossato di begonie. Una donna. Una bella bionda.
Camminava svelta, sculettando, i glutei ben fasciati e sinuosi, altezzosi nella brezza della sera, il guizzo femmineo di chi è conscia di virtù. Sola, un profumo arabescato a cingerle la chioma, prese le chiavi dalla pochette arcobaleno, avviandosi alla macchina in divieto, incurante del tramestio roboante dei suoi tacchi a stiletto, pronti ad infilzare basoli e selciato.
Era proprio lei.
«Sei sempre ’na bella femmena», proruppe improvvida una voce.
Oddio, il solito maniaco guardone in crisi asmatica. La donna piroettò di scatto, le unghie smerigliate a graffiare l’aria, in posa per la pugna: l’artefatta baldanza della preda che si vede perduta.
«Chi è? Se t’avvicini te lo stacco a muozzeche, hai capito?! Ma… Uggesù, Gennnaro?! Sei scappato di galera, sei un evasore!».
L’uomo provò ad aprir bocca, almeno per correggere quell’obbrobrio lessicale, ma non fu abbastanza lesto: un effluvio al sandalo e spezie di Sumatra lo stordì, avvoltandolo in un trionfo naive di ricchipremi e cotillons.

L’ordito del tempo s’era sfilacciato, un imbuto nero aveva assorbito le vane esistenze di quei due derelitti: l’ultima volta che il Mago le aveva guardato l’ampio petto prosperoso, le mammelle pendule e grosse come cantalupi settembrini, una banda di psicolabili in assetto da guerra s’era fiondata nel suo studio, sancta sanctorum di vizi morbosi e private virtù, strappandogli dalle mani a ventosa le suddette cioccie polpose. Le strade degli uomini sovente divergono; quando poi c’è di mezzo la palizzata triplo strato di un carcere infernale, i legami marciscono, ammuffendo d’un tratto. Marcescenza sfiorita, ricordi sfumati e astinenza forzata portarono i due ad aggrovigliare i corpi come rollè ripieni nell’angustia della Smart amaranto di Giusy, alcova mignon per ammortizzare l’amplesso.
«Credo di avere le stigmate sulla schiena, per non parlare degli incisivi scheggiati sul volante!», esordì il mandrillo nella requie post-olimpica del coitus.
Questa volta almeno non era stato interruptus all’acme dello sforzo.
«Stronzo! – si risentì quella, massaggiandosi due vertebre annichilite e compresse –. E allora, come mai ancora tra i piedi? Cos’è, voglia di scopare via il passato con due colpetti di reni?».
«Mi offendi: cosa credi che sia, una sanguisuga succhiasangue?».
La smorfia della bionda gelò quel sofficino rachitico che gli deformava la mascella.
«E va bene, hai vinto, non sono qui per una sveltina, ho bisogno di un aiuto. Tu puoi essere la chiave di volta, mia cara. E dando una mano a me, risollevi pure il tuo bel culetto dai bassifondi. Non vorrai mica spupazzarti a vita quel babbeo con la capa alla bobbemarlei?».
La donna gettò un’occhiata distratta nell’oscurità, laddove s’intravedeva l’antro sibillino che l’aveva vomitata qualche ora prima.
«Ok, andiamo a casa mia. Ma se mi accorgo che mi vuoi fottere ancora, giuro che te lo stacco sul serio!».

Nevica. Nei sogni nevica. Bianca soffice impalpabile granulosa effimera pura. COCAINA. Quintali, spumose vette di finissima coca da scalare e discendere a nari piene, da farci palle di nevischio, da bordeggiare risalendone il verso, pippando a pieni polmoni, naso all’ingiù, come idrovora felice. E su tutto, un’enorme, titanica, pantagruelica, iperbolica sfera roteante ed eburnea ad eclissare il sole, a gravitare attorno.
Gennaro si destò di colpo, zuppo: il sonno della ragione genera foschi, iettatori presagi. La palla di neve alla fine lo travolgeva, Sisifo veniva disfatto. Rischiarava, e il piccolo rifugio di Giusy appariva ancor più striminzito alla luce lunare dell’alba incipiente. A passo incerto trovò il bagno, un velo sospeso di condensa s’aprì al suo passaggio: riflesso in uno specchio appannato, un volto stanco chiedeva riscatto. Ce l’avrebbe mai fatta?
«Che c’è, troppo duro il mio divano?».
Una mano ben curata gli scompigliò i pensieri.
«Cazzo, Giusy, ho un chiodo conficcato nel midollo. Manco un fachiro ci dormirebbe su quella branda da campo».
«Ti va bene se ti opero qui, con il coltello da roast beef?».
La mano divenne d’arpia, conficcandogli le unghie retrattili in profondità, come raspa a solcargli il cervello, aggrappandosi ai ciuffi sale e pepe per avere maggior appiglio.
«Ma porca putta…».
«Senti, cazzetto moscio, ascoltami bene: adesso mi spari fuori tutte le rane obese che ti gozzovigliano in gola, capito? Spero che la dormita ti abbia schiarito la nebbia in quella testa da orango rincoglionito! Non voglio neanche immaginare di ritrovarmi in una situazione minimamente simile a quella di due anni fa, con la Polizia che mi fissa le tette mentre ti cavalco strafatta…».
«Sssantagata… Giuseppe Santagata – biascicò Pellecchia, mentre tentava un salto fosbury per liberarsi dalla stretta –. Questo è il nome del destino. Permaflèx ha richiamato, è riuscito a rintracciare la mia roba, le stelle, gli arazzi… E la palla, quella fottutissima palla…».
«E questo Santagata che mi rappresenta?», disse quella, mollando la presa.
«Uno stronzo, una mezza tacca con qualche quattrino da buttare. S’è improvvisato imprenditore de’ noantri reinvestendo denari a perdere in un network più sfigato del nostro, la Tele Felix Canal Plus, un carrozzone di giro con nani e ballerine. E per allestire uno spazio di magia da pataccaro di provincia, ha preso a prezzo stracciato tutto quello che mi apparteneva. Il mio passato scontato della metà, bell’affare!».
«E io che dovrei fare in questa sceneggiata? Fartelo fuori?».
Pragmatica, formosa, tremenda Fredegonda!
«No, ma se vuoi potresti affogarlo tra gli airbags… Santagata me lo devi tenere lontano il tempo necessario a recuperare la coca. Questo babbeo manco s’immagina su cosa ha messo le mani: due chili, porcaputtana, due chili e passa di cocaina purissima!».
Le iridi riaccesero la dinamo, il cuore pompava indemoniato, l’istinto predatorio rullava la grancassa: era tempo d’agire.
«Voglio una parte, Genny. Qualche scopata tra noi non t’assolve mica, devi impegnarti di più se vuoi che ti pari il posteriore. Finisco dritta in cella, stavolta, e senza neanche passare dal via. Quindi patti chiari: voglio la metà della somma che ricaveremo dalla coca. Altrimenti fatti crescere le tette e seducitelo da te, ’sto sfasulato di Santagata!».
«Che grandissima figlia di… Ok, qua la mano, socia!».

C’era un sole amorfo. La Smart color ecchimosi di Giusy conteneva a stento la frenesia del Mago, il muso lupesco puntato sottovento, a fiutare il viavai di auto e persone sotto gli studi di Tele Felix. Che nome del cazzo: una sigla pomposa a celare le miserie di un barnum diroccato: più che una mano di vernice, a quel posto occorreva una mano santa.
«Allora, si può sapere come è fatto ’sto fesso di Santagata?».
La bionda principiava a dar segni d’impazienza. Oltretutto, aveva anche sbagliato l’abbinamento delle calze magenta con la minigonna ascellare pitonata. Un vero peccato.
«Esattamente come quel tipo là».

Santagata, intabarrato in uno spolverino grigio-topesco che aveva conosciuto tempi più augusti, s’era impalato sotto i suoi “Studios” come una faina in cerca di carogna, pronta all’agguato. Almeno quella era l’impressione che dava. In realtà era semplicemente alle prese con una sigaretta neghittosa alla vampa.

«Santagata?».
Da vicino l’impressione era anche peggiore. Il trench liso, con macchie catramose di nicotina che s’allargavano a sbuffo sul colletto, galleggiava in un arcipelago di grigiore, calzando a pennello su quella figura annodata, gli occhietti vispi a scrutare le forme sinuose della donna che gli stava di fronte. L’omuncolo pareva sorpreso. Si lisciò il codino unto come un’acciuga sott’olio e puntò le pupille spilliformi su quella coppia da avanspettacolo. La Bona e la Bestia.
«Sì, in persona. Che volete?».

La Bona s’illuminò d’immenso e allentò le briglie del reggipetto. Il seno si espanse libero, rispondendo soffice al bianchissimo sorriso del nosferatu oleoso, cui l’operazione non sfuggì di un millimetro: da diversi secondi era intento a farle un’accurata mammografia a scansione ottica, allargando di riflesso la sua tagliola al curaro. La puzza di sorcio ristagnava sospesa, il Pellecchia ne aveva fiutato la scia da un chilometro, mentre l’altro, quasi ne percepisse il ripulso, arricciò gli occhietti per inquadrarlo meglio controsole, mantenendo sempre quel sorriso freddo come la lama di un coltello puntato al fegato.
«Scusi l’assalto, signor Santagata. Sono Giusy Del Buono, giornalista di Tele Astroni Napoli, la televisione sui fatti e per i fatti. Vorrei proporle un’intervista veloce veloce, abbiamo saputo che i programmi della sua emittente stanno riscuotendo un grande successo. Specialmente con quello nuovo, Amicaunamaca?, pare che stiate facendo mangiare la polvere a tutti. Ci tengo a farle il servizio prima di altri, in questo mondo ne coviamo di serpi in seno».
«Ehm, sì, il programma temo si chiami Amicamaga, è una linea di preveggenza a pagamento, ma mi faccia pure il servizio», ammiccò quello, incrociando lo sguardo da triglia negli occhi senza fondo di Gennaro. Con quel grugno lì, un cazzotto in pieno viso avrebbe di sicuro riequilibrato la sventura che gli era toccata. Il toporagno si lisciò i baffetti, agitando la codina con sudicia compostezza.
Il sole s’era annacquato, c’era puzza di pioggia.

Gli studi, ciclopica struttura dal maestoso ingombro, almeno stando al verboso vaneggiamento di Santagata, si dimostrarono una prosaica accozzaglia di cianfrusaglie, balocchi deformi e cenciose pezze alla rinfusa: una vetusta e vulgare silloge, ben magro tempio per l’arrembante sbrilluccichio dello showbiz moderno. Stanze ingombre e corridoi labirintici, attrezzature sceniche, luci, trucco e parrucco: era tutto un magma ribollente di vacuo e ipertrofico nichilismo reificato. In parole povere, lì dentro non c’era un cazzo, nulla che valesse la pena di rubare. Al primo sguardo la libido precipitava, al secondo ci s’immalinconiva a depressione. Quell’odore di gomma strinata, disinfettante ospedaliero e linoleum consunto aveva riportato il nostro Mago ai fasti del suo passato mediatico, quando starnazzava beato tra le gracchianti frequenze a onde corte del suo circo da teleimbonitore. Era dai tempi del suo Magic Naples che non avvertiva quel brivido famiglio lungo la colonna; il caos disadorno, quelle rovine decadenti, erano per lui suadente richiamo. Ulisse era tornato ad Itaca.
«Si lavora freneticamente, il tempo è risicato e non abbiam potuto sgombrare il campo… Vogliate scusare l’incomodo, del resto è il minimo, no?», s’autoassolse Santagata.
Lo studio, seppur ingombro di ciarpame, era desolatamente vuoto quanto a presenze umane.
«Ma si figuri, mi crede se le dico che pensavo peggio?», ridacchiò Gennaro.
Una gomitata dritta e nervosa al costato ne arrestò la risata.
«Accomodiamoci pure, giusto il tempo di rilassarci. Oh, ecco, questa è la mia personale assistente, Adelaina. Cara, ci porti pure un thermos intero del suo prezioso nettare, quel caffè ormai celebre nel mondo! Ho da fare un’intervista con questi squisiti signori», chiosò mickeymouse.
La suddetta Adelaina, a chi (Gennaro) s’aspettava concupiscente una sventolona ergonomica di fabbricazione svedese, lasciò recisamente il fiele in bocca: la valchiria tornita con lo stacco da giraffa e il crine frondoso da leonessa in caccia lasciò beffardamente il posto a un goblin irsuto e sdentato, asciutto come prugna senza nocciolo, che s’estendeva stentoreo in tutto il suo metro e quaranta, il quale, spalancati due fanali grinzosi sul gruppetto, sputacchiò: «’A machinetta s’è scassata, ’o cafè è asciuto afore tutto quanto. L’aggia fa’ ’n’ata vota? Pecché po’ ’o cafè se po’ ’ncarzapella’, ’nce vo’ ’a mano ’e Ddio pe’ ne fa’ ’n’ato! Avite capito bbuono?!».
Il grammofono quietò il cicaleccio per un istante, il che permise al terzetto di riprender fiato. Santagata, scuro in viso come un pulcinella incarognito, ebbe un sussulto impercettibile, ma si ricompose subito, torcendosi il codino ribelle, quel baffo indisponente sfuggito alla scriminatura ben laccata, come il tentacolo d’un calamaro dalla friggitrice. Punto sul vivo, digrignò gli incisivi, sibilando un’antica prece di malaugurio in uzbeko misto aramaico: «Aaaadelaina! È pagata anche per questo. E adesso ci lasci, che dobbiamo parlare di lavoro!».
La vecchiaccia, non adusa al comando deciso, si azzittì. Poi, come demoniaco feticcio a molla, scattò serpentesca, sciamana ipnotica e funesta. La faccia di cuoio rinsecchito s’apriva come una bocca dell’inferno. Lanciato un anatema sul consesso miscredente, la megera si girò, avviandosi lentamente per il corridoio, mentre la sommessa nenia sfumava nelle nebbie dell’incubo: «’O cafè!». E l’eco rimbombava, perdendosi tra le mura mezzo ammuffite.
«Scusate, è anziana, spero capiate i disagi che l’età comporta. Allora sparate pure, il vostro Santagata è pronto a rispondere».
«Oh, purtroppo spariamo solo a salve…», caricò il Pellecchia.
L’ennesima gomitata sottoascellare lo mise a tacere. Fedele al memento che a pensiero segue l’azione, Giusy scoprì la contraerea: le tette a espansione puntarono come torpedini il bersaglio e Gennaro fu libero di snocciolare insulse domande, cui l’ingrifato diede risposte ancora più vacue.
«Cosa vuol dire essere editore al giorno d’oggi?».
«Scartoffie, mio caro, solo cartacce da timbrare e firmare, dati e cifre… Si tratta pur sempre di far quadrare i conti, prevedendo le perdite e sperando in un’abbondante dose di fortuna per quel che riguarda i guadagni. Siamo una piccola emittente, è vero, ma siamo agguerriti, su questo non ci piove».
Il fragore d’un tuono novembrino informò i presenti che invece pioveva. Almeno fuori, perché dentro l’ambiente sublimava, la condensa galleggiava a mezz’aria e il pollo era pronto per la cottura. Giusy lo stava ammaliando con sguardo lascivo, o forse bastavan le cosce sode da porcellana, vallo a sapere.
«Un’idea davvero brillante quella del programma magico, mi creda. E com’è che si chiama? Amicamagia?».
Genny sorrideva a latere, godendosi il momento.
«Le sue seno, ehm… sono domande interessanti. Come ha detto di chiamarsi? Signor…».
«Passalacqua. Gennaro, per gli amici. Ma non mi sembra questo il caso…».
E tre. La quarta gomitata s’era già prenotata, Giusy lo stava battendo come un polipo.
«Iniziamo dagli sponsor: chi vi ha appoggiato in questo vostro delirio?».
Poker! Ormai le costole erano diventate blu cobalto.
«De… delirio, dice? Beh, effettivamente è stato azzardato. Il progetto, dico. Capitali ingenti, investimenti coraggiosi e margini di guadagno sempre a rischio. Le sponsorizzazioni ci sono state fornite dalla nota azienda Pane, salame e… dei fratelli Mazzincapa, ditta celebre nel mondo degli insaccati bovini, suini ed affini. Devo poi ricordare le Carrozzerie Cascella, esempio fulgido di imprenditoria con valori saldamente radicati nel territorio e nelle saldature, perché proprio di questo si occupano. E poi come dimenticare gli autori, i tecnici e la nostra primadonna, la “Signora”, e mai termine fu più esatto, Francesca Bufalini, gloria indiscussa del teatro di prosa napoletano, un curriculum pazzesco, direi leggendario. Insomma, non ci siamo fatti mancare niente».
«Siamo davvero colpiti. Quindi sono questi gli ingredienti per un programma di successo?».
«Vede caro amico, il successo è un miscuglio indefinito, forse indefinibile, che ognuno crede di…».
Era giunto all’apice dell’umana sopportazione, doveva emergere da quel pantano di cazzate in cui Santagata lo stava trascinando, un minuto di più e non avrebbe risposto di sé, un ebete del genere non lo incontrava da tempo immemore. Da almeno… due anni. Anni che però lo avevano scolpito, intagliandogli un briciolo di amor proprio nella coriacea scorza truffaldina. Vergognandosi d’aver riconosciuto in quell’opossum che gli sedeva innanzi il Pellecchia d’un tempo, si alzò di scatto, interrompendo sul più bello quel fiume d’ormoni alla johnwayne.
«Io vi lascerei un momento soli. Impellenze urologiche, la prego di scusarmi».
Santagata con un grugnito espressivo gli indicò l’uscita, o forse direttamente il cesso.

Mago Genny aveva l’aspetto d’una belva notturna, eppure quel dannato tremolio alle giunture gli azzannava i muscoli, paralizzandogli il morso. Presa la roba, se la sarebbe svignata, era deciso. Peccato per Giusy, ma non era il caso di dividere il premio per due. E poi la ragazza poteva sempre diventare l’amante di Santagata: mollava il capoccione e si prendeva il topastro. Santagata la trasformava in soubrette, magari.

Ripercorreva le orme riflesse nel dedalo budelloso, in cerca d’una traccia che potesse istradarlo, sperando di incrociare il sentiero della sua palla sfuggente. E per poco non incrociò davvero qualcosa. Adelaina si aggirava come un automa per il corridoio in chiaroscuro, gli occhi due mirini stroboscopici, laser a infrarossi puntati in ogni direzione.
Il minotauro era in caccia, e lui non aveva daghe, specchi ustori o unguenti prodigiosi al seguito. Tornò indietro, fino alla tana dei due amanti focosi. S’accostò curioso, origliando compiaciuto. Il vetro smerigliato rimandava ombre danzanti, al di là della caverna: s’udivano carezzevoli sospiri e piacevoli lamentazioni, la miglior paccottiglia pornosoft a solleticargli le orecchie. La moanalisa dall’altra parte stava invero superando sé stessa.
Avanzò a tentoni controvento, ritrovandosi in campo aperto, l’emiciclo d’uno stanzone circolare s’apriva a ventaglio, ingombro com’era di cavi elettrici e luci fulminate. C’erano due tipacci intenti a sistemar bobine e scatoloni, meglio non dare nell’occhio.
Una porta semichiusa attirò la sua attenzione. Sulla targhetta campeggiava un SALA TRUCCO a lettere sbiadite. Buio pesto dentro, al terzo tentativo beccò l’interruttore.

Click.

Déjà vu. Davanti a lui, messe in bella evidenza come in una fiera campionaria, c’erano quelle che alla prima occhiata riconobbe come la sua pezzottatissima roba: il tavolino traballante, la scenografia di cartongesso, il mantello da supersfigato, il turbante azzurrino… E la palla? Dove cazzo era finita quella maledetta?
Eccola! Era in un angolo, raggomitolata su sé stessa, perlacea nella sua nuda essenza. La raccolse con mano tremante, il cuore a manetta: e se la coca s’era ammuffita? E se la Polizia l’aveva poi trovata? E se Santagata se l’era pippata? E se…
Forzò il fondo, sfiorando qualcosa: la droga era ancora lì, le sue preghiere avevano trovato ascolto. Il dio dei pusher aveva fatto il miracolo.
«Sono un fottuto genio, sono un fottu…».
«E voi chi siete, che ci fate nel mio camerino?».
Una voce roca aveva interrotto la sua danza maori.
‹‹Sono fottuto!››. Gennaro si girò di scatto verso la fonte di quel ruggito da ungulato, che scoprì essere un donnone scuro, truccato come una bagascia in tiro. L’orso baloo lo stava osservando con aria assorta, perdipiù minacciosa.
«Che ci fate qua dentro? È proprietà privata, dovete uscire, questo è il camerino di una signora!».
Era il bufalo. Cioè la Bufalini. L’Amicamaga in carne, fin troppa, ed ossa.
«Neh, ma chi siete? Io non vi ho mai visto prima. E che state facendo da tre ore co’ ’sta palla in mano?».
Situazione idilliaca: lui, la coca e la balena. Oltretutto, il mostro s’era impuntato; a gambe larghe e nerborute gli sbarrava il passo, bloccando la fuga.
«Signora Bufala, non si preoccupi, sono Peppe, mi hanno assunto da poco».
Il donnone ebbe un sobbalzo, e Gennaro pareva un goffo pollicino al cospetto dell’orco.
«Al ladro! Fermo là che adesso t’aggiusto io! Massimooo, aiutoooo!».
La Bufalini fece per rotolar via, ma l’uomo le afferrò il braccio nel disperato tentativo di trattenerla. Guardandola indifeso negli occhi spiritati, provò a giocare l’ultima carta.
«No, aspetti, dove va? Ecco, io mi vergogno un poco… ma la stavo cercando, sono un suo grande ammiratore, sa? Potrebbe farmi un autografo? La prego…».
«Tutto ’sto casino per un autografo? E che problema c’è? Venite qua, dettate! Allora: “Al mio amico Peppe – che bel nome, pure mio padre si chiamava così – con affetto, la balena bia…?”. Neh, ma siete impaz…».
La frase le morì a fior di labbra, dato che il suo “amico” le aveva appena calato come un maglio micidiale la palla di coca sul testone: nel trambusto gli si era incollata alla mano, trasformandogli il braccio nell’arma del destino. La mazzata mandò la donna giù lunga per terra, kappaò al primo round, mentre la sfera esplose spargendo frammenti scintillanti per tutta la stanza.
«Merda! E adesso?».

Già, e adesso? Guardava la Bufalini tramortita – e se invece l’aveva fatta fuori? – mentre il panico prendeva possesso delle sue meningi obnubilate. Ci mancò poco che cacciasse un urlo. Era stato un attimo, aveva agito d’istinto, come quando al luna-park sparava ai peluche per la figlia; solo che allora l’elefante rosa non lo beccava mai, neanche a pagarlo, mentre adesso l’aveva centrato in pieno e al primo colpo.
La cicciona doveva sparire.
Provò a tirare il moloch per le braccia con sincero spirito olimpico, ma fu tutta fatica sprecata: sarebbe servito uno spalaneve per spostare quella valanga imparruccata.
Cambiò angolazione, tirando calci al flaccidume immobile, quando si udirono dei colpi in successione. Era l’aiuto-balena.
«’Onna France’, tutto bene? M’avete chiamato? Fra dieci minuti iniziamo a registrare. Lo sapete, no?».
Imitando il vocione rauco della femmina, Gennaro si lanciò in corsa: «Sì, caro, adesso arrivo. Un’ultima ritoccata al trucco… Voi intanto preparate tutto, ok? ».
«Va buono. Noi siamo pronti, quando volete».
Il piano s’era complicato, la cicciona non rientrava nel risiko prestabilito.
Pensa, Gennaro, pensa. Cosa fare quando il nemico ti fotte con le spalle al muro? Cavallo di Troia! Anzi un intero ippopotamo per fregare gli Dei. Spogliò la Bufalini del vestito extralarge, provò a indossarlo, ma anni di sbobba da galera l’avevano prosciugato e nell’abito ci sguazzava. Ergo, abbrancò dei cuscini a puff legandoseli al busto; vuotò di uno l’imbottitura, ficcandoci la busta polverosa. In questo modo non avrebbe più rischiato di perdersela, almeno. Afferrò una parrucca riccia color carota e si guardò allo specchio, trattenendo a stento un conato di vomito. Mancava il tocco di classe: uno spesso strato di belletto e nessuno avrebbe notato la differenza col bigfoot svenuto, caduto, morto. Scavalcò d’un balzo il corpo del reato, ingoiando la chiave della porta. Le luci della ribalta lo attendevano.

Un tuffo nel passato. La scenografia che gli parò innanzi era di un trash avanguardistico: tavolino sbilenco da seduta spiritica, microfoni ad imbuto, luci technicolor e una quinta cartonata sullo sfondo. Il classico set da supertrucidi cafardoni senza inventiva, l’Uomo e Dio che si tendevan l’uno verso l’altro, sfiorandosi con le dita, davanti ai suoi occhi di miscredente travestito. Se l’avesse visto Michelangelo, si sarebbe impiccato ai ponteggi della Sistina. Il dito onnipotente lo scrutava, lo puntava indagatore, e per un istante il Mago trasalì. Era solo autosuggestione, o almeno lo sperava.
«Donna France’, che faccia che avete! Ma state bene?».
«Sì, sì, l’aria dello studio è fredda…».
«Fredda? Ma qua si schiatta dal caldo, con ’ste luci! Secondo me tenete la febbre, pure la voce mi pare più bassa… Dopo vi do ’na pasticca per il virùs. Lo sapete, quello ’o virùs tiene la faccia cattiva».
Cercò d’immaginare il ghigno mefistofelico del virùs, ma proprio non ci riuscì.
«Grazie, caro, non vi preoccupate… Allora cominciamo?».
Era finito in una gabbia di matti. Cullandosi il ventre, si avvicinò al tavolino a balzelloni.
«Scusate, signo’ – era ancora quel rimbambito –, niente palla magica oggi? Mo’ ve la vado a prendere in camerino...».
«No! – quasi gridò l’homme travestì, tre ottave sopra la media –. Non vi preoccupate, oggi ne faccio a meno. Per essere maga bastano il fluido, le carte e le telefonate dei cretini che chiamano in studio».
«Se lo dite voi… Franco, attacca ’o telefono!».

Era teso come pelle di bue. Un Pellecchia-kamikaze pronto ad esplodere. Il passato davanti agli occhi, il futuro celato sotto quelle vesti sgargianti.
«Pronto, Amicamaga? Sono Antonietta».
«Qui è la tua Amicamaga. Dimmi il tuo problema e dammi il tuo cuore… Come ti chiami?».
«L’ho già detto: Antonietta!».
«Sì, scusami, amica mia, Mago Gen… generalmente la tua maga sta sempre attenta, ma oggi mi sento debole, sarà il virùs dell’influenza… E a proposito di influenza, vediamo come le carte interpretano il tuo piano astrale».
«Nooo, io voglio sapere del piano di sopra, casomai. Quello Gaetano sono sicuro che se la intende con quella vajassa del terzo piano. Chella zoccola! Allora, ’o ’nnammurato mio tornerà da me?».
«Adesso vedo nelle carte. Il futuro sta nel dubbio, e solo noi maghi possiamo vederlo, ricordate. Adesso vado a spaccare il mazzo di carte e vediamo che…».

La frase rimase appesa nell’aria perché un grido belluino echeggiò nello studio, raggelando gli astanti: nell’incavo della porta si stagliavano due figure fuggite dal Tartaro, o quantomeno partorite dalla follia tenebrosa di uno scrittore in overdose.
Era la donna cannone, accompagnata da Igor-Adelaina. Gli occhi di bracia erano due tizzoni ardenti nella penombra.
«’Stu scurnacchiato, mo’ t’ ’o spacco io, ’o mazzo!».
L’eco battagliero della Bufalini risuonò tronfio colpendo in pieno petto l’impostore che l’aveva accoppata, usurpandole il trono. Evidentemente era riuscita a liberarsi attirando l’attenzione della racchia che le stava al fianco, uggiolante come un cerbero ammaestrato. In mutandoni e reggimeloni, nella sua oscena nudità era entrata di corsa danzando, in un tripudio di ciccia ballonzolante.
Sembravano appena scappate da una cattedrale neogotica: il golem gigantesco e il gargoyle nanesco.
«Porca puttana!», proruppe Gennaro, e furono le parole più sensate che riuscì a pronunciare.

Un vortice di fuoco, accadde tutto in un momento.
Come un rugbista folle, il Pellecchia si gettò nella mischia: rovesciò il tavolino sulle spoglie del povero Massimo, rifilò una gomitata alla vecchia sdentata, staccandole di netto l’ultimo incisivo, e con una spallata spinse via la grassona desnuda, che rovinò sulla scenografia michelangiolesca. Tra quel Botero urlante e il Michelangelo di cartone non ci fu partita: la donna travolse il cartonato che si andò a schiantare su due tecnici che nella baraonda generale cercavano di capire chi doveva menare chi.
«Pronto?! Pronto?! Ma che succede? Amicamaga, mi sentite?».
Nessuno che se la filasse di striscio, e la povera Antonietta, affranta da cotale indifferenza, mise giù il ricevitore, non prima di aver mandato tutti affanculo.
«Dove cazzo sta l’uscita?», ansimava Gennaro, disperato come un criceto in gabbia e con un pezzo di groviera da qualche milionata nascosto nella gualdrappa kitch. Finalmente una luce in fondo al tunnel. Spinse il maniglione della porta e si catapultò fuori.

L’appuntato Di Renzo non credeva ai suoi occhi.
Stava fermo al posto di blocco, inchiodato dallo stupore, con la paletta stretta in mano a mò di scettro, non sapendo a cosa imputare quella processione schizzata di maschere carnevalesche rotolata fin lì. Rio de Janeiro non era mai stata così vicina.
Una donna. No: a guardare meglio, era un uomo vestito da donna, e correva come se avesse il pepe al culo, inseguito da un corteo indemoniato di figuri vagamente incazzati.
«Ispetto’, ma oggi è Carnevale?».
Il viceispettore Tommaso Esposito, detto Tommy Seduto per la peculiarità di dormire più ore nell’autopattuglia che nell’alveo smollato del suo baldacchino, sbadigliò cavernoso, con gli occhi cisposi e mezzo incollati. Il sonno dei frusti.
«Di Renzo, ma sei scemo? Stiamo a novembre, come fa ad essere Carnevale?».
«Ecco, appunto, ispetto’. Allora mi sa che dobbiamo intervenire. Ho appena visto un uomo correre via, tutto vestito da femmina, inseguito da una folla invasata e minacciosa».
«Ma minacciosa quanto?».
«Abbastanza da scuoiarlo vivo, credo».

Fiato corto, vista lattiginosa, un martellamento alla carotide, Gennaro era un maratoneta scadente: sudava come un tacchino nel microonde, il trucco da battona stava raggrumando sulla ghirba, catrame bavoso che gocciolava giù, alla base del collo. Quegli assatanati non lo mollavano, rosicavano polvere e cemento ad ogni piè sospinto. Gettò palandrana e panza finta alle ortiche, scartando di lato, sperando che un tir travolgesse quel carrozzone al seguito. La coca se la teneva stretta, non sarebbe stato saggio liberarsene.
Finalmente il gruppo d’inseguitori mollò la scia. Sfinito, con un ultimo scatto s’eclissò in un vicolo anonimo, panni ben in fila agli usci bassi, facce biliose alle finestre. Ce l’aveva fatta davvero: d’ora in poi solo mare, sabbia, donne belle come sirene! Già, una sirena. Blu lampeggiante. Il suo canto straziante. E si stava avvicinando. Gennaro si girò come un’istrice, stralunato e sfinito: una fottutissima volante della Polizia lo stava inseguendo. Tentò l’ultimo allungo, il balzo estremo, ma non ci fu tempo per rifiatare: l’auto si fiondò in picchiata e un solerte figlio di madama lo raggelò con una sportellata al basso ventre.
«Stai fermo, stronzo – urlò quello, puntandogli la pistola a un centimetro dalla faccia –. Non fare un passo!».
«Bella mossa, bravo Di Renzo!».
«Grazie, ispetto’. L’ho visto fare una volta in Miami Vice, non mi perdevo una puntata».

Muoversi? E come faceva? Quel bastardo lo aveva menomato, le palle ridotte a colibrì, un ronzio in sottofondo, sangue copioso a fiottare dalla proboscide. Fuori discussione una fuga alla Papillon, faceva fatica a respirare, figuriamoci a reggersi sulle gambe. La stazione eretta era l’ultima fermata disponibile. Forse stava per partorire. Forse s’era semplicemente pisciato addosso. Cercò di afferrare la cocaina sottovuoto, ma le mani arrancavano, stringendo bolle d’aria. La neve s’era sciolta per davvero.
«Coca… coca…», vaneggiava, annaspando per terra.
«Di Renzo, secondo me l’hai colpito troppo forte, questo s’è scimunito proprio».
«Eh, ho esagerato, ispetto’, ma quando mi ricapitava un’occasione così?».
L’appuntato stava per ammanettarlo, quando un ufo sparato da un discobolo attirò l’attenzione dei due, atterrando sulla pantera sotto la sirena: sul cofano della macchina c’era un guanciale.
«Cazz’è? Ispetto’, ma è vostro ’sto cuscino?».
«Di Renzo, ma ti sei bevuto ’o cervello? Secondo te quando sto in servizio mi metto a dormire?».
«Lasciamo perdere, ispetto’…».
Di Renzo mollò la presa, e il Pellecchia s’afflosciò. Dal cuscino si sfilò la federa e la coca biancheggiò nel sole: nonostante il volo non aveva subito danni. Quando si dice la fortuna.
«Uh Maronna, ma questa è droga! E qua ce ne stanno almeno tre chili! Questo stronzo sarà un trafficante internazionale. Saremo famosi, ispetto’, ci premieranno a tutti e due. Avanzamento di carriera per merito speciale!».
«Hai ragione, Di Renzo. Ammanettiamolo, che questo sarà pure ricercato. Magari è colombiano. Guarda che faccia da sudamericano! Che a me mi stanno pure sul cazzo dai tempi di Maradona!».
«Ma perché non tifavate Napoli?».
«Di Re’, ma qua’ Napoli, vuoi mettere con la mitica Spal di Dell’Omodarme e Massei? Figlio mio, e che vuoi capire tu di pallone?».
Il giovane poliziotto scrutò l’omologo in divisa, ma non riuscì a ribattere nulla perché Gennaro gli sfilò la pistola con una zampata.
«Fermi, non fate cazzate e ne uscirete vivi!».
«Stai calmo, non t’agitare, cerchiamo di non fare stronzate. Mica vuoi peggiorare la situazione? Da bravo, dai la pistola al mio collega. Di Renzo, adesso il signore ti dà la pistola, non è vero?».
«A Di Renzo al massimo do questo – disse Gennaro, mollandogli un calcio sugli attributi –. Ecco, così siamo pari. Tu come ti chiami?».
«Sono l’ispettore Esposito. Ti consiglio di non…».
«Muto, panzone! Passami la busta di coca e non fare il coglione, che se no vi faccio un buco in più a tutti e due. Magari a te fa pure comodo un bucherello per la cintura, così non ti stringe troppo, eh? Facciamo un bel gioco: voi adesso vi inchiodate a questo palo qua, io me ne vado tranquillo con la mia roba e nessuno ci rimette niente, ok?».

Tono risoluto, da pistolero cazzuto, la voce che non tradiva la minima emozione. Mantenendo il sangue freddo, Mago Genny li ammanettò entrambi come salamelle.
«Non volevate finire sui giornali? E state sicuri che una bella foto di voi due abbracciati qualcuno la pubblicherà, diventerete famosi… Mi fermerei volentieri a fare altre due chiacchiere ma è meglio andare, non è sicuro camminare con tutta questa roba in mano, potrebbe arrivare la Polizia».
Detto questo, si allontanò di gran carriera, mentre una risata beffarda s’allargava tra le brecce dei vicoli, sfumando in dissolvenza.

«Di Renzo, come stai?».
«Eh, male, male assai, ma sta passando… Ispetto’, e mo’ come la spieghiamo questa figura di merda?».
«Nun ce penza’, figlio mio, nun ce penza’. Piuttosto, ce la fai ad allungarti e prendere il cuscino?».
«Penso di sì, ma ormai la droga se l’è portata via, a che vi serve?».
«Me fa male ’o culo, me lo voglio mettere sotto, così sto più comodo…».
«Ispetto’…».
«Che c’è?».
«Fatemi una cortesia…».
«Eh, quale?».
«Andatevene affanculo!».

Strada deserta, tutto quel frastuono nella testa, e il suo sogno ancora intatto: l’adrenalina pompava sangue al limite, le arterie erano sifoni intasati, era morto e risorto, e tutto nell’arco di dieci minuti. Come minimo gli davano una ventina d’anni per il giochetto tirato a quei due. L’avrebbero lasciato in cella a macerare nella sua stessa lordura per il resto della vita. O forse no.

Il segnale dava libero.
«Pronto! Ma chi è?».
«Il Mago Zurlì… Tonino, sono io, Gennaro. Sentimi bene: sono riuscito a recuperare la cosa… Adesso non ti posso dire quello che ho passato, ma devi salvarmi il culo. Vienimi a prendere!».
«Ok. Stai calmo e non dare nell’occhio».

La Tempra a targhe false sfilava grigia, e l’amico non faceva domande. Macinavano chilometri, la meta non aveva importanza. Gennaro cominciò a rilassarsi. Di Polizia in giro neanche l’ombra. E del resto cosa doveva temere? Era al sicuro, protetto dall’anonimo reticolato viario dell’hinterland metropolitano.
«Permaflèx, pensavo che non arrivassi più. Roma è lontana per un pellegrinaggio a piedi».
«Roma?».
«Ho pensato di nascondermi nella capitale per qualche giorno, aspettare che si calmino le acque, per piazzare la coca in un posto meno caldo. E poi i voli internazionali partono tutti dall’Urbe, no?».
L’amico sorrise, guardando fisso Gennaro, la testa deforme nelle lenti scure. Occhi poco amichevoli i suoi.
«Buona idea. Magari potresti fermarti a Napoli, però, potrei aiutarti io con la droga. A proposito, dove l’hai messa?».
«Al sicuro, nel santuario della mia virilità».
«Dove?!».
«Nelle mutande, Toni’, nelle mutande!».
Cacciò la busta dai pantaloni, ancora intatta. Era così morbida che veniva voglia di dormirci sopra.
«Porca vacca! Non mi ricordavo che fosse così tanta. Eh, ma a questo punto sorge un problema…».
«Che problema?».
«Beh, vedi, il tuo piano è buono, può funzionare, ma credo che il nostro sia meglio».
«Cazzo vuoi dire? Nostro di chi?».
«Mio. E della mia amica Beretta».

Quel bastardo d’uno Iago non scherzava. Impugnava ben stretta la pistola, tenendola premuta sul torace ansimante di Gennaro. Un colpo da quella distanza e il suo piccolo cuoricino avrebbe preso il volo, scagliato in orbita e senza speranza di rientro alla base.
«Vedi, maghetto, è vero che ci conosciamo da un po’, ma se devo scegliere tra te e un mucchio di soldi, io non ho dubbi. Sarò un sentimentale, ma scelgo i quattrini».
«Non scherzare, Toni’… Aspetta, cerchiamo un accordo, ci deve essere per forza una via d’uscita, no? Siamo pur sempre due persone ragionevoli, cazzo!».
«E hai ragione. La soluzione è semplice, senti come fila il ragionamento: io ti sparo, tu muori. La tua via d’uscita è anche la più facile da percorrere. Non volevi sparire per sempre?».
«Non mi sembra la soluzione migliore per la mia salute. E se facessimo a metà? Piazzandola bene, ci ricaviamo almeno un centomila euro a cranio, forse anche di più!».
«Ma non lo sai che c’è l’inflazione da euro? E che ci facciamo con quattro spiccioli a testa? Ci cambio la macchina, e poi? Spiacente, ma per il mio bene tu devi tirare le cuoia. Addio, cazzaro!».
«Attento, la Polizia!».
«Merda!…».

L’attimo d’incertezza fu fatale all’altro: il Pellecchia con un pugno a molla gli fratturò il setto, deviandogli il colpo. Il proiettile sibilò accanto, frantumando il finestrino alla sua destra. I frammenti impazziti accecarono Tonino, e l’auto saltò tre uscite di fila con un salto carpiato. L’urto fu violento, la Tempra decollò sfondando il guardrail. Un folle rally che finì la curva a gomito in uno sterrato fangoso, piantando il muso dell’auto contro un platano secolare. Ma non prima di aver travolto una baracca di lamiere che doveva fungere da pollaio, almeno a giudicare dal fatto che i due uomini si ritrovarono in compagnia di una mezza dozzina di gallinacei starnazzanti. Anche i pennuti parteciparono alla disfatta, avvolti in un polverone ovattato di cocaina purissima. E se prima Mago Genny aspirava a un futuro migliore, adesso se lo stava pippando. Se non altro non sentiva alcun dolore, con tutta quella droga in corpo.
Rumori indistinti, suoni lontani, voci di donne e bambini. Il battito forse stava accelerando ma non ne era sicuro. Non era più sicuro di niente. Sentiva il sangue colargli sugli occhi, era come un bovino nella plaza de toros, aspettava il matador che menasse il fendente final. Poi il suo corpo divenne leggerissimo, si librò in aria, come novello Cristo in ascensione, mille mani a sostenerlo, una luce che avvolgeva tutto, calda e autunnale.
Chiuse gli occhi e si lasciò andare, scivolando nel buio.


Una settimana dopo…

Il terminal era spettrale, i neon faticavano a carburare. Dopotutto erano solo le cinque e venti, prima mattina. O meglio, primera mañana. Oramai coi travestimenti ci aveva preso gusto, adesso sotto una cascata di capelli spioventi e corvini e due baffoni a setola di cinghiale s’intravedeva il profilo spagnoleggiante di Alfonso Pelechia de Tortillas. Nome di merda, in effetti, ma non l’aveva scelto lui. Tutto sommato, poteva andargli peggio.
La stessa cosa non poteva dirsi per l’amico Permaflèx. Il volo del calabrone era stato fatale: adesso era cibo per i vermi, l’avevano seppellito con tutta la macchina, tre metri sotto terra, le budella vermiglie a scaldare il metallo della cassa.
La vita da emigrante non era il massimo, ma sicuramente meglio di quella cimiteriale.
Lo schermo ultrapiatto proiettava immagini catatoniche a getto continuo. Il volo per Cancun era prossimo al decollo. Gennaro buttò uno sguardo distratto alla sua faccia riflessa. Miseria, con tutte quelle lampade pareva una camilla annerita. Nervoso, accese una sigaretta, lo sguardo sulla pista: il cicognone di metallo era lì ad attenderlo. Poi l’Atlantico e infine il Messico soleggiato ed arso. Una vita da gringo.
«Non lo sai che il fumo uccide?».
Il freddo mortale d’una canna mozza alla schiena lo strappò ai suoi pensieri, precipitandolo nell’orrore. Merda, ’o Monacone l’aveva trovato! E come cazzo glielo spiegava a quello psicopatico che la coca era concime per polli?
«Monaco’, aspetta, ti spiego tutto. Tu però tranquillo, eh?».
La sagoma incappucciata gli fiatava sul collo. Un odore pungente, forte. La morte s’era messa in ghingheri. Un profumo corposo, vagamente orientale. E femminile. Giusy! La donna liberò la chioma fatale, scoprendosi il volto. Che paracula.
«Genna’, ma un rossetto alla schiena fa ’st’effetto? Ammazza che figo, pari il sergente Garcia!».
La faccia a betacarotene era tirata come un mocassino, il cuore stava ancora al piano di sopra, martellandogli la strozza.
«Ma che cazzo, Giusy! Ancora un po’ e mi pisciavo addosso. Ma come sapevi che io…».
«La puzza di cialtrone non te la lavi mai via, e poi sei bravo solo a scappare, qua dovevi capitare. Per non parlare di un caro amico alla security che teneva d’occhio tutti i voli per il Sudamerica. Anzi salutalo: è quello alto e pelato laggiù».
Un omone con la faccia da Costanzo ebete lo salutava con la manina, ridendo a ganascia.
«Stronza… E adesso che pensi di fare, venire in Messico pure tu, a fare la fame?».
«Beh, in Messico di sicuro, ma il pezzente come ruolo riesce meglio a te. Se poi non vuoi aiutarmi a piazzare un po’ di questa polvere magica, fatti tuoi».
Detto ciò, si scoprì la scollatura: tra i seni gonfi e sodi galleggiava una busta bianca. Sui promontori era caduta la neve.
«Maronna mia! Ma questa è cocai…».
Uno schiaffo a rovescio lo riportò nei ranghi.
«Zitto, coglione! Cosa credevi, che mi limitassi a pipparla soltanto, la tua polvere? Una striscia a me e un’altra la conservavo, una a te e un’altra al fondo pensione… M’hai sempre sottovalutato, io ero quella buona a scopare e basta».
«No, sono io quello inutile, hai ragione… Non ho combinato mai una mazza nella vita. Solo imbrogliare, solo fottere!».
«Smettila, scimunito. E comunque a fottere non sei niente male – gli strizzò l’occhio lei –. E adesso prendi il trolley e muovi il culo, che non voglio perdere l’aereo».
La voce della donna incominciò a rimbombargli nella testa: la sentiva amplificata, lontana. La testa non accennava a star ferma; girava, girava e girava come una trottola impazzita. Vedeva il suo passato in bianconero, una cartolina sgranata tra le mani, quella chioccia della moglie, Tonino abbracciato al Monacone, e poi un enorme bufalo con una vecchia rancida a cavallo, un topo bisunto e una palla bianca a rotolar veloce, come per magia. E su tutto un sedere zebrato a sculettargli davanti, in perfetta sintonia col trolley tigrato.
«Arrivati in Messico le comprerò un cazzo di vestito», pensò il Mago, cingendole i fianchi corposi.
Il sole era sorto, finalmente. Uno spicchio indisponente a velare l’infinito.
Primera mañana.




Fine

lunedì 31 ottobre 2011

Maserati a Misurata




Velate polemiche per il Ministro Ignazio ed il suo Ministero a testuggine romana.

Diciannove Maserati son troppe per un solo Ministro!

Ignazio si difende: "Minchia, sono per il "Made in Italy!". E poi volete mettere

l'invidia dei ribelli quando vedranno i nostri militari pattugliare le strade in

Maserati?

Ah...i militari continueranno a girare in Lince semi-scassati? Eh, ma il lusso vuole

le sue vittime!

Satira affabulatoria per baruffe e batuffoli da batton rouge


"Nun me l'accettano più neanche all'Ipercoop".


Su(o)pposizione. Renzi porterà "solo idee" per il partito. Per i voti si stanno ancora attrezzando.


Il "Big Bang" all'interno del PD. Ma è il solito kamikaze.


Su(o)pposizione 2. Renzi: "Non sappiamo quando, chi e come, ma adesso tocca a noi". Ne apprezzo la visione chiara.


Bersani non teme il confronto. Ma per ora lasciate un messaggio in Segreteria.


Scienze. La strategia dei virus è sopravvivere replicandosi nell'ospite. Ma ora basta parlare di Renzi.


Governicoli. Il Ponte di Messina si farà. Quando si fugge via, ci si porta lo Stretto indispensabile.


Gozzip. E’ uscito il nuovo libro di Bruno Vespa. Ovviamente, lo trovate nei vespasiani.


TV. Ferrara a Raidue al posto di Santoro. Ci starà stretto.


Lavoro. La situazione non è così drammatica. Si riesce ancora ad avere il pasto fisso.


Economy. Una rete di protezione per l'Italia. Con questo governo è d'uopo il preservativo.


Sport. Malore per Cassano. All'improvviso ha iniziato a parlare in italiano.


Cassano sta lentamente migliorando. Già riconosce i suoi conti correnti.


Politique. Montezemolo: "Per salvare il Paese, governo di salute pubblica". Dopo quello d'igiene mentale.


Gozzip. Esce il libro di Fabri-Fibra,"Dietrologia". Già dal titolo si capisce che parlerà di politica.


Governicoli. Sacconi: "Temo una stagione di violenza". Nelle riunioni del Consiglio dei Ministri introdotti gatti a nove code, manette e tute di latex.


USA. In arrivo protesi al seno gonfiabili. E per i più agguerriti c'è anche la versione Tomahawk.


Sesso. Per il 60% degli uomini sarebbe un ottimo antistress. Il resto conosce già tua moglie.


Berluscanews. “In Russia godo di grande popolarità”. Lo chiamano "Il Generale Infermo".

venerdì 28 ottobre 2011

Avanti Populism!




“Noi siamo i soli a considerare chi non partecipa alla vita pubblica non come un cittadino tranquillo, ma come un cittadino inutile”.

Seme ed eloquio d’un Pericle d’antan, sintesi di vulgata popolare in salsa ateniese, s’era intorno al 430 a. C. quando il nostro s’accingeva a smollare il potere, dopo un trentennio sul pulpito più apicale dell’Ecclesia ellenica che fu (e peste lo colga! Come, ahimè, lo colse).
“Etade di Pericle” par si dica, indicando un vetusto periodare di progetti d’arte varia e cultura pop(olare), a nome dei più, e di maggioranze eque ed egualitarie.

Veloci s’affastellano gli evi, forse gli avi, ed in quel di Neapolis, città ellenica e meticcia per antonomasia e velleità, ecco il prode Giggino Murat, varare in un lampo, arandone il campo, la sua personale ecclesia popolare, un distillato di démos e cràtos in ragù al bacio, sul fuoco e sulla cenere (bassoliniana) a pippiare.
Mesdames e Messieurs, vestite la sciassa delle assisi comuni, i beni son del Popolo! (“Soviet fratelli far festa!”). E giù nell’impasto, gaudenti e flambè, come chef da cousine, frattaglie di democrazia rappresentativa, lacerti d’assesorati e consiliature, feijoada di Porto Alegre, uno spruzzo di democrazia diretta e costituente, ed a commiato dal desco una corposa chocolat Svizzera e referendaria: benvenuti “Da Giggino, voto ‘e press”, et voilà, la Costituente è servita!
Oppure preferite il Laboratoir Parthénopéen, dove s’ammischino fragranze balsamiche per rinvigorire la vox populi leggermente affumichè? Non v’appaurate, c’è modo, maniera e codificazione certosina; e allora andiamo al regolamento! (e qui ci starebbe bene l’arboriano memento per andar indietro tutta).

Esso recita testuale accussì: Art 1: “Il Comune di Napoli promuove la Costituente dei beni comuni, al fine di tutelare e valorizzare i beni di appartenenza collettiva e sociale che sono garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini”. Come incipit è ben certo che sia valido e valente: in democrazia effettiva, non sincopata, i panni di clientes arraffoni, piranhas politicanti ed elites para-industriali, son da lavare in privati consessi, ed è palese che beni collettivi sono del “popolo”, e ben saldi, dovendo rimanere nel demanio pubblico; è cosa sacrosanta, oltrechè giusta. Eppure.
Eppure: anni sviliti di senso e democrazia, fallacia e malafede partitica, e partecipazione silente; occupazione indebita di sedi pubbliche da parte di margravi e prosseneti smargiassi, crapule finanziarie e speculatorie; soggettivismo illecito ed arruffone, massoneria legislativa come pret a porter per nani da giardino; tutto ciò non rende vano il richiamo al collettivo, a ciò che non è “mio”, perché “nostro”. Ed è meritorio, è bene (comune) che il Comune s’assieda alle assisi (mi si perdoni il calambour, il pastiche lo lascio Gadda); ma…cui prodest?

Chiarifico il pensiero: si menziona, viepiù sotto, nel medesimo codicillo (art. 4 del regolamento) l’ “Assemblea del Popolo” (che s’abballi in quel di Napoli, il comun-twist?) con “funzioni di rappresentanza della cittadinanza, con funzioni d’indirizzo generale della Costituente e di verifica della realizzazione delle iniziative di partecipazione”. Dunque organo di democratica partecipazione della città, diviso per macroaree, sedici in tutto; dalla generica consulta sulla “Promozione della pace e della cooperazione internazionale”, passando per “Ambiente, Rifiuti, Tutela della Salute” (tematica sì attuale su base territoriale e provinciale), “Politica della casa” (per consiglieri sfrattati dall’alveo materno ed accasati altrove??), “Politiche Giovanili”, “Sport” e concludendo con “Bilancio Partecipato” e “Beni Comuni”.

Bilancio Partecipato, ed in parallelo, la similitudine corre a ritmo di samba in quel Porto Alegre, capitale del Rio Grande, a sud del più Sud del mundo: samba-salsa al ritmo de carioca e de democrazia, dal verde-oro al giallo-rosso del labaro comunale neapolitano; è dal 1989 che la partecipazione diretta della cittadinanza è un pilastro della democrazia associativa della metropoli brasilera. Bilancio in rosso per entrambe le città, Napoli finanziariamente non è Alegre, ma neanche Porto lo era: casse in dissesto, progettualità asfittiche, rabbia e scetticismo per la latina; casse in dissesto, vulcanismo del Murat, energia cittadina ed un’onda civica in risacca, per la Partenope addormentata. Riflessi speculari, partecipazione allargata; il paso doble democratico pare possibile. Il cammino partecipativo di Porto Alegre ha portato la cittadina carioca ( che conta circa 1.4 milioni d’individui) a varare una serie di riforme ed elaborati su base cittadina fin dall’89. In Europa cadeva il muro, in Brasile si rischiava di rimanerci sotto: eppure.
Un percorso dinamico, quello del Bilancio Partecipativo, che negli anni più recenti ha raggiunto una ciclicità progressiva e ben sedimentata: in ognuno dei sedici distretti si tengono assise plenarie cittadine, con la presenza del Sindaco e degli amministratori competenti. Gli scopi sono riassumibili nella elastica e pragmatica adattabilità delle richieste dei singoli distretti alle soluzioni reali offerte dagli amministratori, all’implementazione dello scambio informativo, alla disamina dei progetti pregressi già realizzati.

Focus su Napoli adesso; parallelamente, alle consulte vesuviane sono iscrivibili singoli ed associazioni, collettivo civico spontaneo ed organizzato, al massimo per tre consulte in sincrono, il tutto attraverso rete del web. Cosa buona e giusta, del resto Internet è bene comune, Giggino docet.
L’assessore di turno prende parte alla consulta, il Sindaco è facultato, è attivata una segreteria speciale presso l’Assessorato ai Beni Comuni, e viene nominato un “facilitatore” per area tematica; orbene, alla fine della filiera, il prodotto è smerciabile? Andiamo al regolamento (e daglie, Arbore!).

Tavoli di Lavoro, art 6, co. 5 e ss.: “La Giunta ed il Consiglio dovranno tener conto della deliberazione della consulta in ogni atto riguardante l’argomento in questione. Qualora la Giunta non tenga conto delle indicazioni provenienti dalle consulte dovrà fornire adeguata motivazione, inserendola nel testo della deliberazione. Nel caso in cui la consulta non si sia ancora espressa su un argomento […] la Giunta non è obbligata ad attendere il pronunciamento della Consulta”.

Ergo, Sindaco e Giunta non sono vincolati, non v’è la tassatività delle delibere popolari, non c’è obbligo d’esecutività per gli organi amministrativi comunali.

Salto transatlantico, de nuevo: alle assemblee del Bilancio Partecipativo (e a quelle tematiche) partecipano tecnici del comune per le discussioni più ostiche e meno fruibili; terminati queste “preliminari”, si organizzano nuove e Seconde Assemblee, nelle quali saranno votate le priorità del Distretto, con l’elezione di 2 consiglieri che rappresentereanno lo stesso nel Consiglio Municipale di Bilancio (un Consiglio slim composto da 2 consiglieri eletti, più due consiglieri per ogni forum tematico). Funzioni previste per tale assise:recepire le richieste popolari emerse nei vari distretti, conciliarle con le risorse, proporre ed approvare il bilancio assieme ai membri dell’amministrazione.

Un lavorìo contiguo, bilaterale, uno stretto contatto tra rappresentatnti eletti e cittadini: il Consiglio Municipale del Bilancio esamina l’intero processo del Bilancio Partecipativo, decretandone il fallimento o la riuscita sul campo reale e politico-partecipativo. Negli ultimi Bilanci di Porto Alegre le assemblee organizzate dal basso si occupano financo delle spese per il personale della medesima amministrazione, stabilendo anche la suddivisione dellle singole risorse per ambiti ed esigenze distrettuali. Dulcis in fundo, il Bilancio Partecipativo è approvato senza alcuna modifica, in maniera de facto vincolante dal Consiglio Comunale, e gli amministratori (leggasi Sindaco in primis) sono tenuti al rispetto delle decisioni dirette della cittadinanza attiva.

Morale della favola per il Pifferaio Magico: ammaliare le masse è mediaticemente stimolante e proficuo, decretare il successo d’innovazioni politiche e democratiche è sovente più complesso e ben arduo. E’ progettualità sedimentata nel corso dei decenni, sperimentazione continua, compartecipazione e condivisione di mission comune. E non solo per il Comune.
La formazione di un corpo elettorale che non sia massa acritica e plaudente al tocco del piffero, ma che trasmuti come in alchemico athanor, in cittadinanza attiva ed informata, richiede una visione che sia profetica ed iper-reale come vaticinio di Sibilla (e in quel di Napoli ce ne intendiamo ancora). Può l’Amministrazione Cittadina operare la sintesi mirabile, la trasmutazione medievale, in sì poco ed esiguo tempo? Oppure si rischia di trovarsi il Taumaturgo a curar scrofole con l’imposizione di mani, quando invece s’abbisogna di cervello?
Per adesso abbiamo il Regolamento.

Sperando che Sibilla non diventi Cassandra.

lunedì 24 ottobre 2011

Suture di satira per satiri saturi


"Parbleu Nanò! Non attache co' moi...prova con la Culonà Inchiavabil!"



Politique. Da Napoli Alfano inneggia al PDL come "partito degli onesti". Seduto tra Cosentino, Cesaro e mentre saluta Landolfi e Nespoli. Ma era solo il lancio della nuova stagione di "Scherzi a Parte".


Napoli 2. Spopola sulle banacarelle il video hard di Belen. Lo vendono sotto l'etichetta "comizi politici" del nuovo "Forza Gnocca".


Berluscanews. "Mai aiutato Tarantini e Lavitola", ha dichiarato Madre Teresa.


Politique. Nasce il Movimento di Responsabilità Nazionale. Berlusconi e Scilipoti assieme sul palco. Il Mostro di Rostov ha disdetto all'ultimo momento.


Italique. No-Tav, il giorno della protesta. Non si vedeva così tanta massa concentrata per un tunnel da quella volta dei neutrini del Cern.


Gheddafix. Il corpo del dittatore restituito ai cari. Berlusconi avrà la mano.


Berluscanews. Per il Premier la questione Lavitola è "colpa d'Alfredo" (il maggiordomo). Del resto la sua è una vita spericolata.


Politique. Frattini: "Inopportuno ridicolizzare l'Italia". Quest'attacco diretto al Premier non è da lui.


Cinema. Va forte "Matrimonio a Parigi". Specialmente la scena in cui Sarkozy e la Merkel mettono sotto con la limousine il nano da giardino.


Vaticanews. "Serve una nuova autorità finanziaria mondiale". Ed anche questa siederà alla destra del Padre.


Governicoli. In arrivo dodici condoni. Ma basterebbe una condanna.


Su(o)pposizione. Indagato D'Alema. Quando non possono prendersela con il Premier, attaccano i suoi più intimi amici.

lunedì 17 ottobre 2011

Neapoli, Via Foria, tra passato e presente



Cos’è una città? Ve lo siete mai chiesto? E’ un agglomerato di mura e mattoni, palazzi e strade, cemento e monumenti? Oppure, oltre ad essere un luogo fisico, è “anche” una costruzione metafisica al contempo? Non è forse un “corpus” unico di relazioni e passioni, tradizioni e tradimenti, sorrisi e tormenti?
Se la città è questo “unicum”, questo terreno fecondo, l’ humus primigenio da cui si generano ed accrescono le umane vicende, allora Napoli è “cosa umana” per eccellenza, è frutto prelibato e privilegiato della socialità e della cultura che ogni uomo può e deve esprimere. Napoli come ombelicus mundi delle passioni viscerali, dei tormenti e delle epifanie di un popolo complesso che da sempre si dibatte in sé stesso, avviluppato in logiche politiche e sociali che paiono sempre più marginali, ed incapaci di arginare il Mare Magnum di una indifferenza civica che rasenta ormai il qualunquismo più bieco e menefreghista. Ma non è stato sempre così. C’è stato un tempo in cui i fregi delle statue e gli stucchi delle vie rilucevano al sole d’una capitale monarchica e millenaria, di matrice e stampo illuminato, di specie illuminista, in definitiva europea: c’è stato un tempo in cui questa metropoli possedeva un’anima feconda ed avanzata, tale da poter rivaleggiare con le altre gran dame d’Europa; le vesti sgargianti, il passo sicuro, incedeva maestosa nelle sale barocche del Gran Ballo della Storia, rilucente e regina, lo sguardo teso verso una gloria terrena che mai più riuscì a sfiorare. Quasi tre secoli son trascorsi da allora, il Settecento s’assise sul suo trono regale, quietando il suo spirito, assopendosi tutto, in un ozio mortale che s’impresse nel cuore e nella mente di una Napoli non più padrona del suo destino. Ed oggi? Lo sguardo della Gorgone ci ha a tal punto pietrificato? A tal punto il remo d’Ulisse s’è infisso nel tufo ambrato delle cave greche, delle mura angioine e dei palazzi nobiliari? Uno stato comatoso che si protrae nell’abbandono dei luoghi, nell’incuria delle vie, nella solitudine dei vicoli, nell’ombra marmorea delle chiese: un cupio dissolvi, horror vacui dell’anima un tempo feconda, di una città che dal mare spumoso nacque e che nei gorghi di un presente paludoso di sabbie e veleni rischia di affondare. E nessuna mano si palesa all’orizzonte, tesa nel soccorso, c’è solo la nostra ombra che s’allunga nel meriggio inquieto d’una notte tentacolare, oscura e silente come l’abisso del mare profondo. Allora, quali le speranze? Quali le soluzioni per una Napoli nobile decaduta, di antica dignità signora, e di cui s’ignorano ancora colpevolmente le potenzialità inespresse? Prenderemo ad esame un segmento topografico ben preciso, un tassello chiave per ricostruire per intero il mosaico partenopeo nella sua complessità metropolitana: la nostra analisi partirà dal celebre Museo Archeologico Nazionale, percorrendo tutta la direttiva viaria, e si concluderà nella piazza dedicata ad uno dei regnanti più amati dal popolo napoletano, Carlo III di Spagna, semplicemente Re Carlo per i Napoletani di qualche secolo orsono.
Il Museo, quel che un tempo era il Palazzo degli Studi, s’erge maestoso alla punta della via, anzi del Viale di Foria, scrigno Farnese e di classiche vestigia, voluto fortemente dai Borbone, perché Napoli rivaleggiasse con Vienna, Parigi e l’Europa tutta, senza timore reverenziale: un monumento che s’imprime nello sguardo del turista e nel quotidiano e frettoloso incedere dei napoletani d’oggi, che rincorrono il tempo senza afferrarne mai la coda. Speculare ad esso è la Galleria del Principe di Napoli, sorella minore di quella ben più salottiera (almeno nell’immaginario oleografico e da cartolina) e tagliata su misura per quell’ “Umberto”, Re Savoia della Partenope monarchica; la “Piccola”, costruita sul finire del secolo XIX, fu una dei primi edifici ad intessere una trama di vetro su un’anima di ferro, marmi e stucchi che si rispecchiano in un Liberty d’antan, che negli anni prese piede nelle vie chic e alto borghesi della città. Il progetto unitario del Viale di Foria, la cui toponomastica è da ricercarsi nei nobili casati del tempo che fu, e precipuamente in quello dei principi Caracciolo di Forino, che nella zona possedevano beni immobili e terre a coltivazione, vide la luce ai Lumi del Settecento, con l’avvento sul trono napoletano del nobile Re Carlo, che avviò un rinnovamento culturale ed urbanistico senza pari, rivoltando l’ex vicereame spagnolo come un pedalino merlettato. Sorsero dal nulla monumentali complessi rosso pomepeiani, di bugnato e tufo inghirlandati, promenades illuminate ad olio, ville e camminamenti di pubblico dominio: Napoli s’apriva al mondo europeo ed internazionale, pur conservando intatte le sue contraddizioni e i chiaroscuri così cari a viaggiatori e letterati d’Oltralpe; se ne leggono di bozzetti al riguardo, dall’americano Henry James, passando per il sarcasmo tipicamente British di Oscar Wilde, per finire al fantasioso virtuosismo barocco del francofono Dumas. Napoli da sempre ha attirato lo sguardo dei popoli come fosse una maledizione: forse l’invidia, forse l’incomprensione, fatto sta che lo straniero nei nostri confini si sente padrone di cantarcele sempre quattro, come se non fossimo da sempre bravi a cantarcele da soli! Tralasciando le beghe letterarie, continua la nostra promenade verso l’attuale Piazza Cavour (che immancabilmente, nel gergo più comune diviene “Càvour”, l’accento retrattile, come sfregio felino sulle rotondità savoiarde dell’esimio Camillo), nella quale ci si trova scissi e frastornati: alla nostra sinistra le meraviglie barocche del Seicento fruttuoso, la chiesa domenicana della Madonna del Rosario, detta del “Rosariello alle Pigne”, con la sua doppia facciata di stucchi eburnei; alla nostra sinistra, una colata di cemento armato di foggia rettangolare, un casermone frutto della rapacità imprenditoriale e del malgoverno laurino del secondo dopoguerra: l’edificio, costruito per ospitare moderne sale operatorie, strutture amministrative e logistiche dell’ospedale degli Incurabili, non servì mai all’uopo e da decenni ospita un comprensorio scolastico di vari indirizzi didattici. Il ciclope incombe maligno sull’emiciclo della piazza, oscurando i resti murari della Neapolis del V secolo a.C., e togliendo aria alla collina degli Incurabili alle sue spalle: il progetto di recupero urbanistico, che contava di ripristinare l’antica destinazione murattiana di villa e giardino pubblico, rimane lettera morta, mentre il sepolcro imbiancato ci guarda altezzoso, indifferente alla sua deformità architettonica.
Ma non è l’unica aberrazione urbanistica che incontriamo sul nostro cammino, quasi che la Dea dell’Armonia fosse vilipesa con dolo razionale da Tiresia ciechi e senza il dono della preveggenza: uomini indifferenti alla plasticità perfetta degli antichi, che l’arrivismo rampante di anni convulsi rese orbi ed arroganti. La chiesetta neoclassica di Santa Maria delle Grazie è sprofondata tra due faraglioni di cemento armato, che come due corazzieri implacabili la scortano dagli anni del dopoguerra; il complesso pare quasi soffocare, una prece silente che nessuno ascoltò mai, che non impietosì di certo i costruttori e gli affaristi del tempo. Sulla stessa direttiva s’apre l’antica Porta San Gennaro, uno degli innumerevoli portali in piperno del periodo vicereale, affrescata con perizia dal calabrese Mattia Preti, in occasione di uno dei pestilenziali flagelli che s’abbattevano con regolarità circadiana sulla sventurata Partenope; alla base dell’affresco è assiso un San Gennaro marmoreo che benedice la cittadinanza. Nello specchio della porta s’intravede lo spicchio dell’antico complesso monastico di Gesù delle Monache, con l’elegante facciata di piperno a doppio vestibolo tipico del Seicento barocco napoletano: la chiesa è un gioiello di fregi e decorazioni, al suo interno vi sono le opere delle grandi firme dell’epoca, quali il Solimena, Luca Giordano, il Vaccaro, il de Matteis; il monastero s’ allunga poi su via Settembrini, dove l’antico ed il moderno si tendono la mano, in una contiguità muraria tangibile, oltre che figurata. Il MADRE svetta signorile e compatto tra stradine che un tempo risuonavano dei canti antichi e delle urla sguaiate di un popolino signore indiscusso dei vicoli: il museo è stato inaugurato nel duemilacinque nei locali di quello che nell’Ottocento era il convento di Santa Maria di Donnaregina, e che fu in parte ridimensionato per l’ apertura della Via del Duomo, cardine principale che collegò il Settecentesco Viale di Foria con la zona portuale. Arte concettuale, Dada, Pop Art, Minimalismo, hanno trovato una casa feconda in cui svelare sé stesse ad un pubblico di cultori o semplici curiosi: numerose le opere ospitate, tutte ascrivibili ad artisti di fama internazionale ed indiscussa, quali Kounellis, Koons, Paladino, Kapoor, la Horn, eccetera. Continuando il nostro iter per il Viale, tornando per un momento all’intersezione di Via Duomo, davanti ai nostri occhi si staglierà il Palazzo dei Busti dell’architetto Schiantarelli, lo stesso cui si deve l’armonizzazione del Museo Archeologico con i dettami funzionali e decorativi dell’epoca: l’edificio, abbellito con busti in marmo di pregevole fattura, fronteggia l’ennesimo monstrum sorto dal marasma degli anni post bellici, il grattacielo Ottieri, una follia di cemento armato alta quanto un transatlantico, nel pieno centro della città. Ancora frastornati dal caleidoscopio architettonico che ci si para innanzi, e che frammenta le dinamiche urbanistiche in isole a mosaico di diversi generi e stili, sulla prosecuzione del Viale di Foria ci imbattiamo nella chiesa secentesca di San Carlo all’ Arena, con l’annesso convento circestense oggi sede di comprensori scolastici. La chiesa prende il nome dalla rena che anticamente si riversava a valle dei Vergini, nei giorni di acque torrenziali, trascinando seco argilla e masserizie d’ogni sorta, un fenomeno visibile fino agli inizi del Novecento, annoso tormento per gli abitanti dei bassi, per le matrone dei vicoli che si dannavano l’anima per tenere l’acheronte fangoso fuori dei loro usci, armate di ramazze e scopettoni di stracci. Più avanti, sulla nostra destra, si noteranno due bastioni imponenti, le Torri Aragonesi, o meglio quel che delle torri resta, nella sola base dei due maschi, che cingevano l’angolo a nord del perimetro murario ai tempi Angioini ed Aragonesi: nel Seicento le spesse mura di piperno furono inglobate nel convento dei Padri Agostiniani di San Giovanni a Carbonara, che si fregiò di aver tenuto a battesimo intellettuali ed umanisti di pregevole ingegno, quali il Pontano e Jacopo Sannazzaro.
Al principio del secolo XIX, a seguito delle nuove ordinanze napoleoniche che sopprimevano gli ordini religiosi, i frati lasciarono la costruzione, che fu riconvertita ad uso militare e paramilitare: fino alla prima metà del Novecento, il complesso ha ospitato la caserma Garibaldi, che ad oggi è la sede dei giudici di pace. Ogni mattina sciami d’avvocati calano in zona per attendere ai loro uffici, e la viabilità ordinaria ne risente, ingolfandosi e enfiandosi come un fiume in procinto di tracimare. Siamo infine giunti all’ultimo tratto del Viale di Foria; ai lati della via si stagliano, maestosi, palazzi nobiliari che sfidano l’incedere del tempo, aprendo lo sguardo ai fasti borbonici dell’Orto Botanico e del Palazzo dei Poveri, il Real Albergo voluto fortemente dalla consorte di Re Carlo, Maria Amalia di Sassonia. Alla nostra destra Palazzo Ruffo di Castelcicala, dall’elegante facciata neoclassica , tre portali che ne disvelano gli androni di spazi e di luce, le scale squadrate che s’arrampicano al cielo come in un quadro di Escher, marmi d’ un lucore accecante, stemmi e stucchi che scrutano il viandante dall’alto della loro gloria passata. All’incrocio del Viale di Foria con via Pontenuovo, gettando uno sguardo all’interno del reticolo viario si scorgerà la residenza dei Principi Caracciolo di Forino, ramo blasonatissimo della famiglia Caracciolo, che nella zona possedevano sfarzosi palazzi e financo il loro sepolcro nel convento di San Giovanni a Carbonara. Da loro infatti prenderà nome il Viale che ci onoriamo di percorrere.
Le traverse adiacenti, sempre sulla nostra destra, celano i fasti e le assi polverose di due tra i più celebri teatri di Napoli, il Totò ed il San Ferdinando: soprattutto il secondo, l’“Elicona” delle muse che ispiravano Eduardo De Filippo, monte sacro della tradizione napoletana, ha avuto un passato travagliato ed il suo futuro non appare ancora del tutto chiaro. Distrutto dai bombardamenti alleati nel settembre del ’43, il teatro fu ricostruito fedelmente, asse dopo asse, putrella dopo putrella, fino ad alzare il sipario a metà anni Cinquanta, tenuto nuovamente a battesimo dal suo vate indiscusso, quell’ Eduardo che a Napoli vide la luce e a cui di riflesso donò il cuore e l’anima, ma soprattutto la voce. Attualmente il San Ferdinando ha ripreso gli spettacoli, e fa parte del circuito del Teatro stabile comunale, assieme al Mercadante. Ed eccoci infine giunti innanzi a d un monumento storico senza pari, quell’Orto Botanico tra i primi d’Europa per la sua centralità scientifica e per lo studio delle biodiversità vegetale, fondato nel 1807 dal Re Bonaparte, su un pregresso progetto Borbonico: naturale evoluzione di quegli “Orti dei Semplici” di fattura monastica, pregevoli esempi di una scienza e d’una coscienza empirica in progressione, in cui si portavano a coltura erbe e piante medicinali d’ogni sorta, l’Orto fu voluto fortemente per innovare la ricerca medica sul campo, con lo studio della biosfera vegetale assunto come paradigma del fertile momento che le scienze tutte vissero nel Secolo dei Lumi. Non che a Napoli non vi fossero isole felici dove si coltivassero piante ed alberi da fusto, ma erano appunto insulae private, oasi fugaci e semi-clandestine in cui lo studio dei pochi si contrapponeva all’ignoranza dei più: esempi in merito furono il cosiddetto “Giardino della Montagnuola” del dotto Pinelli, sito sulla collina dei Miracoli, oppure la “Villa delle Due Porte”, sulla prospicienza del Vomero, di proprietà dell’ottimo Gian Battista della Porta, o per finire, il giardino botanico della Carbonara, del Niccolò Cirillo, avo del più famoso Domenico, scienziato e martire della furia Borbonica susseguente alla Rivoluzione del 1799. Esempi di una curiosità intellettuale a macchie, miceti sporadici che pian piano colonizzarono il fertile humus partenopeo, instillando il daimon della ricerca scientifica, pungolando le menti degli studiosi del tempo, e che diedero come frutto eccelso proprio la costruzione di un Orto Botanico Reale, dove lo scambio culturale e d’informazioni non trovasse ostacolo alcuno, ma anzi fosse un tempio laico sotto cui trovare ricetto e conforto. La progettazione architettonica dell’ Orto risente di vari influssi, ma la facciata a doppia rampa la si può con certezza ascrivere alla matita dell’ottimo Giuliano De Fazio, che realizzò anche alcuni dei viali interni del giardino; nei secoli passati l’Orto fu aperto al pubblico, e rivaleggiava con la Riviera di Chiaia e la Villa Comunale col suo stile liberty: le famiglie borghesi e gli artigiani del rione della Sanità, le popolane chiassose, del “Buvero” matrone indiscusse, si ritrovavano nella torma domenicale, perse nel cicaleccio festoso dei giorni sonnacchiosi, passeggiando a braccetto sulla Terrazza Carolina, camminamento panoramico prospiciente il Viale di Foria. La via che porta alla chiesa di Santa Maria degli Angeli alle Croci, così appellata perché anticamente v’erano infisse delle croci ai lati della stessa (simbolo di pietas e monito del Golgota), porta ancor oggi il nome del primo direttore della serra botanica, quel Michele Tenore che ne serrò le redini fino all’Unità d’Italia, contribuendo non poco alla diffusione delle scienze biologiche nel Regno di Napoli. Pochi metri più innanzi s’erge il monumento più significativo e “disgraziato” dell’intero Viale, quel Real Albergo dei Poveri che dalla sua fondazione ad oggi, ha conosciuto un destino tormentato e peregrino, e che da trionfale porta d’ingresso della città per chi discendeva dal belvedere di Poggioreale, s’è trasformata in labirinto informe, in cui il minotauro napoletano s’è smarrito, rimanendo appeso al filo della speranza, nell’attesa che un giorno la sua dimora risplenda come allora, ancora una volta.
Certo il vecchio architetto Ferdinando Fuga aveva fatto le cose per bene, non risparmiando se stesso, né lesinando energie; e lo stesso dicasi per il buon Re Carlo, che allargò i cordoni della borsa oltre misura, pur di realizzare la sua utopia popolare, dando ricovero ai diseredati e agli accattoni del Regno intero; ed il suo sogno vide finalmente la luce nel 1819, quando fu posta l’ultima pietra a compimento del monumentale sforzo urbanistico: nel momento di massima espansione demografica della città, l’Albergo arrivò ad ospitare circa duemila reietti, che furono avviati all’insegnamento di un qualsivoglia mestiere che restituisse loro dignità e rispetto. Da allora l’edificio ha ospitato ogni sorta di iniziativa didattica, laboratori artistici, associazioni polisportive, e quanto di più fantasioso abbia mai partorito mente umana. Fu il terremoto del 1980 a segnare la fine del più grande ricovero mai costruito: le scosse telluriche diedero la spallata finale ad un edificio già gravemente danneggiato dall’usura del tempo e dalle bombe a grappolo piovute dal cielo nelle notti senza luna, quando l’unico canto che s’udiva sul mare, era quello delle sirene antiaeree che preannunciavano una pioggia di fuoco dall’esito incerto.



Vi starete forse chiedendo il perché di un ‘anamnesi storica così prolissa per una inchiesta incentrata su una Via, su di un Viale, che è a tutt’oggi ben presente nella topografia partenopea, e che migliaia di persone e veicoli percorrono quotidianamente, sciamando dall’area Nord della metropoli, verso le direttive centrali e collinari di una Napoli oramai ingolfata e strangolata da una traffico aritmico e sincopato, gorgo infernale governato dalle sole leggi del caos e della necessità. Ed è proprio per rendere l’idea di quel che questa via, che questo singolo frammento di Napoli, rappresenta nell’intera economia metropolitana, che s’è voluto ripercorrerne la storia così ricca e feconda: il Viale di Foria non rappresenta soltanto un tratto viario; dalle sue mura, dai suoi palazzi, trasuda l’essenza vitale di una città che fu capitale europea, che conobbe primati scientifici e culturali in ogni campo, che si vestì dell’abito delle grandi occasioni, divenendo meta obbligata per uomini d’eccelso intelletto, un faro che illuminò l’intero continente per quasi due secoli, a partire dal Settecento. E nel Viale di Foria vi sono ancora le tracce di quei fasti antichi; le pietre, a saperle interrogare, ancora ci narrano d’un passato signorile e gentilizio, i cui monumenti s’ergono nella loro maestosità a rammentarci che la Storia, quella vergata col carattere cubitale, è passata per queste vie, lasciandoci tracce di magnificenza ad ogni piè sospinto. Cosa è rimasto oggi di quel passato? E cosa gli abitanti, i commercianti, o i semplici passanti che si trovano a percorrere la zona di Foria, conoscono di quel che si palesa loro innanzi? La Storia pare passata invano; giacchè nell’immaginario comune e litografico post bellico, Via Foria rimane scolpita nella memoria collettiva come la “via del cimitero”, quella che conduce su per il Poggio Reale al cimitero ed ai luoghi dei penati familiari: un luogo di triste passaggio, la Via Crucis del lutto e dei calessi bardati di drappi neri, immancabilmente segnato nell’iconografia popolare come topos vagamente iettatorio. Ancora riecheggiano, nelle pagine della Serao, strazianti pianti di donne precocemente vedove, madri che si strappano il crine, percuotendosi il viso ed il petto alla ricerca di una vana consolazione, quadriglie con foschi pennacchi che scalpitano sui ciottoli umidi ed impregnati dell’odore dolciastro dei fiori; un dantesco girone di anime senza ristoro, una livida processione di dannati senza catene che s’incamminavano su per la Doganella, seguendo i tornanti del poggio che andava increspandosi, come mare fremente di spuma, verso l’ultima dimora dei loro amati e cari.
Indubbiamente un quadro a tinte fosche quello ricamato dalla penna di Donna Matilde, ma che rende fedelmente o quasi, il clima che si respirava per il Viale nei giorni di lutto: come ogni aspetto della vita terrena, anche la morte per il Napoletano era uno spettacolone carnascialesco, e guai a mutarne le liturgie financo d’una virgola: il morto andava rispettato, ed una prefica in più o in meno, un petto blandamente percosso, o un cavallo emaciato e smorto, potevano significare che la processione non era ben riuscita, con la possibile nemesi del defunto, che sarebbe apparso nelle notti senza luna a far le sue rimostranze all’atterrito congiunto di turno. Dunque una Via “triste e tristemente famosa”, si diceva; eppure Foria è una zona brulicante di attività commerciali, con numerosi comprensori scolastici presenti sul territorio, e dunque anche anagraficamente “giovane”, se così può dirsi; a vederla immersa nel suo caos organizzato, sfidando ogni giorno le più elementari regole della civile convivenza, la zona par quasi un’isola sospesa, in cui il tempo scorre seguendo un flusso oscuro ai mortali, come se la realtà fosse frammentata e frullata in un caleidoscopio di umori e figure che esulano dalla umana comprensione. Una visione onirica, un serpente di lamiere a scaglie che s’agita fremente, tra tubi di gas che gorgheggiano il loro disappunto per essere stipati come sardine, nel più classico e napoletano ingorgo a croce: uncinata, a doppio braccio, quel che si vuole, ma pur sempre una croce!
Ma i napoletani a questo sono avvezzi, il dinamismo caotico delle nostre vie è ben noto, e non è bastato il maquillage ad opera dell’ architetto Gae Aulenti, che si è adoprata anche nella riprogettazione della zona dell’antico Mercatello, l’odierna Piazza Dante, per risolvere l’annosa problematica del sovraffollamento e della atavica mancanza di spazi di sosta per le autovetture. Gli interventi urbanistici, caldeggiati fortemente anche dall’Associazione “CentroForia”, hanno indubbiamente ridisegnato il volto del Viale, partendo dal Museo Nazionale, dove lo slargo di Piazza Cavour è stato asfaltato, rendendo più veloce ed agevole la circolazione, ma anche più insicuro l’attraversamento pedonale, e nel quale sono state apportate migliorie estetiche di sicuro impatto, quali il rifacimento e l’ampliamento dei camminamenti pedonali, il piantamento di filari di palme, e la ridefinizione degli spazi adibiti a parcheggio veicolare.
Ma l’ammodernamento del Viale di Foria, non si è fermato certo qui, anzi si è esteso verso l’Albergo dei Poveri, e riguarderà tutto l’emiciclo di Piazza Carlo III nei prossimi anni: pur tuttavia l’istanza di rinnovamento, con la giusta proposta di limitare il traffico di veicolare, pare essere l’unica percorribile. Solo limitando l’uso e l’abuso di automobili e motocicli si otterrà una riqualificazione globale del territorio, consentendo una maggiore fruizione delle risorse presenti in loco, incrementando proporzionalmente il commercio e l’economia: un maggiore investimento in termini di qualità della vita, comporterà una ricaduta positiva anche sui consumi e sull’espansione delle attività commerciali, attirando per osmosi ulteriori investimenti . Via Foria è una zona “ibrida”, in cui sono presenti catene di abbigliamento di fascia media, esercizi che forniscono beni commestibili e di prima necessità di ottimo livello, quali pizzerie e bar, tarallifici, pasticcerie ed un panificio che rifornisce dei suoi prodotti una clientela che va ben al di là dei confini topografici; nel tratto finale antistante l’Orto Botanico, sono inoltre presenti e ben concentrate, circa una decina di attività antiquarie e di restauro di mobili ed oggettistica antica, radicate da generazioni nel territorio, e che ben conoscono le problematiche di un quartiere che pare sottodimensionato, relegato ad un ruolo da comprimario sul palcoscenico della città. Un’area cruciale, internodo viario principale, costretta ad essere cerniera tra i mercati rionali della Sanità e del Borgo Sant’ Antonio Abate, uno spreco di risorse inimmaginabile, che si riverbera immancabilmente sulla qualità della vita di chi vi abita e lavora. Ascoltando le voci della strada, raccogliendo le testimonianze dirette di chi Via Foria la vive sulla propria pelle, di coloro che ne respirano gli umori quotidiani, emerge una frustrazione di fondo, una insoddisfazione nel vedersi abbandonati dall’amministrazione comunale ed in primis dalla persona dell’attuale Sindaco: v’è un’amarezza che incrina i toni, arrochisce la voce, diviene rabbia silente di chi sente d’esser stato abbandonato dalle istituzioni cittadine, e che non s’assopisce neanche quando viene ricordato che la riqualificazione urbana operata sulla Via ha di certo cambiato in meglio la prospettiva presente, se non quella futura. Ma “sono interventi puramente di facciata”, si dice, “un abbellimento effimero” e che non serve a nulla e nessuno, se non accompagnato “da una severa opera di recupero della zona”: istanze profonde, un malcontento diffuso e generale, in special modo tra le utenze commerciali, che lamentano la scarsità di parcheggi, l’illuminazione pubblica ancora insufficiente, una politica di sicurezza fallimentare su tutti i piani, dato che il Viale di Foria dopo la chiusura delle insegne luminose diviene un “deserto dei Tartari”, terra di nessuno, ancora preda di una criminalità che con cieco opportunismo si continua ancora a definire “micro”. Ma la soluzione per sciogliere questo nodo gordiano non deve discendere per imposizione, dall’alto; c’è bisogno d’una partecipazione informata di tutti i cittadini, di una coesione dal basso che si faccia portatrice dei bisogni e delle speranze collettive, un’unica voce polifonica che faccia sentire le ragioni dell’intelletto a chi non ha il cuore d’ascoltarle, in modo che anche il peggior sordo si veda costretto a prestare orecchio ed attenzione ad una richiesta di rinnovamento che affonda le radici nell’humus d’una collettività che, seppur frammentata, percepisce i fremiti sotterranei che la percorrono, si riconosce nell’ appartenenza e nei desideri comuni, un subconscio che s’agita inascoltato, alla continua ricerca di una risposta esaustiva che ne quieti i rovelli, fugandone i dubbi. E forse è proprio questo il ruolo di un’ Associazione collettiva, quale il CentroForia si pregia di essere, quello di incanalare le istanze propositive d’una popolazione di quartiere che pretende di migliorare fattivamente la propria qualità di vita, riempiendo gli spazi vuoti, gli alveoli spugnosi di un tessuto sociale in progressivo disfacimento, con una presenza costante, quasi “militante”sul territorio, non rintanandosi negli usci, tra focolari domestici divenuti bastioni impenetrabili dall’esterno, spiando la strada dalle finestre semichiuse: perché la strada, soprattutto quando si parla di un Viale così ricco di Storia e di storie quale quello di Foria, deve essere vissuto, deve rivivere attraverso una rinascita civile e partecipata, ma soprattutto cosciente. Ed è proprio per risvegliare le coscienze assopite che bisogna urlare il proprio sdegno per una Napoli avvilita, serva di interessi corporativi e politici di dubbia integrità, preda degli appetiti voraci d’una classe dirigente che diviene lupesca, nella sua ribalderia scialacquatoria: solo occupandosi in prima linea del proprio quartiere potrà attuarsi quella rigenerazione culturale, economica e sociale che si auspica da tempo immemore. Un nuovo Rinascimento dell’anima, ma che questa volta non si tramuti in nuovo Medioevo dei Barbari, come già avvenuto in passato: perché la città merita la sua resurrezione dopo i giorni della passione, perché i Napoletani sono stanchi di vivere in perenne attesa messianica, mentre la lava del Golgota ci brucia gli occhi e la gola, nell’eterna notte partenopea. Il recupero del Viale di Foria è solo il primo tassello sulla via di una rinascita possibile.

domenica 16 ottobre 2011

Giggino Murat ed il Regno di Napoli




“Citius!, Altius!, Fortius!”.
L’olimpica locutio ben s’attaglia al possente, onnipresente, “Sindaque du Role”, il Maire Partenopeo, l’arancione De Magistrìs. Sindaco per voluntas populi dal giugno 2011, e già presente nella “Top Five” (classifica redatta dalla Scavolini, la più amata degli Italiani) degli Amministratori “très charmant”, i più amati d’Italie, il Nostro Arancione, con lungimiranza e “bonapartenopeismo” di stampo zapatista, è fermamente in groppa al vento del cambiamento. Dunque, se son rose, o purtualli, fioriranno.

Tempo al tempo, mes amis; scindiamo i piani prospettici, vestiamo la sciassa del diavolo leguleio (veste Prada pure quello?), ed intoniamo fiero il canto: “Giggino Murat” è il nostro aedo?
Vessillo cremisi della révolution parthénopéen, fulmine e nemesi della “Historie d’ ‘O PD” (a Napoli ancor si favoleggia di “Primarie d’Egitto”, in cui i faraoni della Sinistrata s’affossarono come Mammalucchi nel pantano sabbioso d’un bassolinismo senza più rilievo), irruppe fiero sul destriero populista; “Avimme Scassate!”, come mantra a piena gola, piazze piene e “Banderas”(nota la rassomiglianza con lo Zorro d’Andalusia) in Comune a svolazzare.
Narciso e fiero, audace e guascone come il Re Gioacchino che fu, Giggino oscilla, in perdurante disequilibrio, tra l’empireo regale del dioscuro sceso in terra a fugare i mali e le miserie (politiche) del mondo, e la tempestosa bolgia dell’umano sentire, l’aspirazione ed il vezzo d’esser “il Migliore”, con un Ordine Nuovo e Partecipativo da rifondare ex novo.

Nova Era, vezzi antichi: il tipo è piacione, e assaje piace. Sindaco “ad personam”, nell’acclarare il senso d’un leaderismo mediatico profuso a piene mani, nel parossistico inseguimento del favor populi, e di quel di telecamera; e in tempi grami e di gramaglie luttuose, di un’afonia sinistrorsa pressochè totale, in cui capi e capesante cincischiano ammiccanti, s’ammischiano avvilenti, arrovellandosi nel catto-centrismo inCasinato (“Io leader naturale, loro soltanto capi di partito”, De Magistris docet), è tutto caseo che cola in attesa di cagliare, raggrumandosi attorno al fuso d’un movimentismo politico da strutturare su scala nazionale (“Italia è Tua”??).
E Giggino Murat, come il suo antesignano, non dirà giammai di marciare contro il “nemico”, quel morente partitismo comatoso che ha colonizzato la Democrazia Italica, viepiù sarà concorde il suo “Seguitemi!”, alla riscossa d’un tessuto civico che vuole il cambiamento, se non la palingenesi partitocratica.

Gioacchino Re tribolante rintuzzava e contrastava l’augusto Cognato, scimmiottandone il verso, ma in segreto ammirandone il cipiglio e l’aura mediatica (da “medium”, messagio sfolgorante che si faceva carne, con lustrini e galloni in petto); e così Giggino, pur stigmatizzando ed avversando il priapismo inverecondo e la maneggioneria privatistica ed anti-costituzionale dell’epigono brianzolo, in sordina (e non soltanto) ammira il parabolismo comunicativo ed omnicomprensivo di Sua Metà, Nanoleone da Harcore, il McLuhan piazzista e padrone del vapore che impone con mano il suo tocco da Mida; una ubiquità mediatica profusiva, invasiva, diuturna: fosse per curar scrofole, toccar giovanili deretani o per pagar dazio e mazzette per il suo governo delirante, il “bauscia” da operetta (e da Mafietta) è sempre in video.
E De Magistris ne insegue l’ombra, dal punto di vista populistico-comunicativo, seppur tarando il tutto a sinistra ( quella progressista, riformista, solidale, equa e per i beni comuni; ma che non disdegna la privatizzazione capitalista che fa tanto “liberal”, da mano invisibile e regolatrice).

Un uso eccessivo del pronome “Noi” a fare da pendant con il deprecato “io” berlusconiano, che il buon Gadda definiva come “il più lurido dei pronomi”, un manifesto politico d’unione in fieri, una voluptas di nazionale senza filtro (partitico): Giggino Murat parte da Napoli, da Sindaco in pectore (e da soli sei mesi di iperattività presenzialista) per la nuova Campagna d’Italia, di rottura politica con il sistema claudicante del nostro Nanoleone da museo delle cere.
Souvenirs d’Italie, per un paesucolo preda di satiriasi e velinismo, e faciloneria e clientelismo sfrenato: è questa la Palude malmostosa in cui nuotano il Caimano ed i suoi fidati politicanti alle(v)ati alle sue mammelle.
Mentre a Sinistra balbettano in coro, indicando il dito. Che per pudicizia lasciamolo dov’è, ad indicare la Ruby (o la Letizia, la Minetti, la D’Addario di turno).

Ed ecco sfolgorante il De Magistris Equitum Imperii, l’icona dell’homo novus che rimira il sole e non teme d’esserne abbagliato; la solutio è nel movimentismo partecipativo e democratico, quella sintesi speculare di movimenti “Uniti” (contro la crisi, contro il Governo, contro la finanza mondiale) nel nuovo mantra civile che gl’istessi partiti in coma etilico si ripetono l’un l’altro: l’antipolitica è il male assoluto, da combattere crocifisso ecclesiale e “vaticanesco” in resta; il movimentismo no, è cosa buona e giusta se rimarcato nell’alveo del Partito costituito e benedetto (XVI o più volte di fila).

Intanto si studia da Re di Napoli in attesa del salto nella capitale dell’Impero: e quindi si traccheggia a metà campo del San Paolo, fulminati sulla via di Lavezzi, oppure trasvolando l’Atlantico con l’asso della Viutton’s in valigia e sulla Manica; si stringono a “cum passio” teche disciolte come pellegrini al bacio, (ed il Santo non s’ingrugna, al massimo vermiglia) aggiungendo Sepe alla minestra; ci si commuove a Samarcanda, chiamando Vecchioni, cacciando i vecchi pidini a pedate, al grido di “Al Forum! Al Forum!” ( il baffo a sparviero d’Oddati s’è incrinato per mestizia); si inaugurano zone limitate nel traffico ma non nelle proteste (la ZTL non piace ai negozianti del Centro, e non piace soprattutto per la mancanza di una concertazione sinergica alla base); si disegna di Bagnoli il Futura, ma non se ne bonifica il passato (orme già percorse, adesso ormeggi da creare).

Insomma, un repulisti delle sabbie comunali in piena draga, da cabina di regia posta e salda nelle mani del “Sindaco Murat” (il 65 % dei voti fu tutto per lui); e qui non s’ entra nel merito specifico, ma nella questione alla sua base: può il decisionismo volitivo e maschio da Politico Alfa, essere il propano univoco e solo dell’espansione democratica in città?
Può l’uomo solo al comando innovare il modus agendi, e l’agenda politica in essere, senza allargare la partecipazione su tematiche sì stringenti alla Società Civile tutta, ai cittadini attivi e ben informati?

Il solco democratico è ben sottile limen, come rasoio per demiurghi di primo pelo: e se non è “ la barba che fa il filosofo”, così il polso non può dare solingo, la temperatura della democrazia. Si può esser leader da molto, troppo o un tanto al chilo; o da poco, poco tempo, o forse uomini d’unica fattura, nonchè pezzo: ma il cavalcare a briglia sciolta, raminghi, rischia di trasformare la vittoria in quel di Pirro, ed uno sfavillante destino nel luccichio d’una bordata, nove colpi al cuore in quel di Pizzo.

Ai posteri l’A(r)dua sentenza.