giovedì 3 gennaio 2013

Saturno contro
























"I padri non sanno nulla dei loro figli. Né i figli dei loro padri" (Patrick Poivre d'Arvor).


"Capita a volte che il padre si occupi della prole − un fenomeno abbastanza frequente fra i pesci" (Simone de Beauvoir).



Democrazia furente, di prosaica lamentazione civica e sociale, di rinnovamento mancato, di leaderismo sciatto, di associazionismo partitico a delinquere, di chimere e aspirazioni da viveurs: in definitiva il solito vecchio rum annacquato a brodaglia, alla ricerca della miscela giusta, o che sia  men urticante o insipida, per fottere, scialacquando, il voto elettorale di turno; oppure voto "radicale" frutto d'interesse à la carte, teso a consolidare e cementare accordi sottobanco tra corporazioni e grand guignol, capintesta e mammasantissima del "capitalismo" d'accatto ed arrembaggio made in Italy, per solite consorterie genuflesse al dio dell'appalto&finanza, in nome dell'interesse di tutti, perchè privato ed elitario, settario e consociativistico: alla faccia del pubblico, con pernacchio d'ordinanza al cittadino-lavoratore (ed i Vitelloni alla Sordi ringraziano).

Refrain d'ordinanza: si può essere, in piena democrazia, leader a vita? Svoltando a Sinistra, passando per la dead zone del rinnovamento democrat in salsa PD, parrebbe avverarsi l'assunto mitopoietico, del dio Crono- Saturno che assorbe e rigurgita figli ormai annichiliti ed perfetti come acciottolato di fiume, inutili come zavorra per voli pindarici nell'aia di casa: ventennio stiracchiato, di politburo ammuffito,  nessuna storia partitica annovera vertice a vertigo di classe sì duratura come quella alle redini del fu PCI, adesso solipsisticamente alla guida del più importante partito italico di centro-sinistra (fino a prova contraria). 
Creatura figlia di padri fin troppo noti, a battesimo più volte, in immersione perenne, carsica abluzione a favor di telecamera, pur di non rinnovare mai i nomi dei suoi leaderini, mentre in (N)Euroland  laburisti anglofoni,  socialdemocratici stufati con kartoffen, e mangiabaguettes socialisti  hanno tutti rinnovato il falansterio dirigista del fine secolo scorso. 

Veltroni, Franceschini, poi Bersani (per rimanere ai segretari) : un trittico sfiatato da far cadere le pale ad un mulino, con l'asinello democratico made in USA che raglia sullo sfondo, simbolo di un'aspirazione neo-liberista che ha trasformato gli epigoni del PCI in piccini spauriti e senza bussola, all'affannoso inseguimento d'una strapuntina mercantilista, un lacerto di neo-kennedismo, una spruzzata di liberismo europeista, smantellando a colpi di martello, sminuzzando a falce, l'impianto della social-democrazia in Italia, pugnalando alle spalle i diritti dei lavoratori, sostenendo il precariato spinto, gettandosi a capofitto in abbracci finanziari e scalate pseudo-bancarie ("Abbiamo una banca!". A qualcuno rimane una barca).  La crisi di rappresentanza dei partiti italiani è la crisi; di linguaggio politico in primis,  identificabile in toto con il collasso del leaderismo targato Centro-Sinistra, coincidente con la svilita credibilità dei quadri dirigenti, orfani d'una scuola d'idee comuni, incapaci di rigenerare il tessuto del partito per strutturale inadeguatezza, contrari ad ogni forma di rinnovamento partendo dalla sua stessa base, dalle giovani milizie, nuove facce non solo mediatiche, nuovi amministratori soprattutto locali, etc. etc.

Una palude gerontocratica ammorbante, accasciata sul ventre molle di tante micro-élites che per rimanere in vita sono pronte al cannibalismo generazionale, perchè tutto cambi senza mai cambiar nulla, un gattopardismo miserevole che ci sta fottento il futuro, questione ben più grave di quella annosa e morale posta al grande vecchio barbapapà Scalfari in celebre intervista berlingueriana: oggi i Berlinguer di domani marciscono in qualche sottoscala di Palazzo, oscurati come garzoni di bottega in quel che resta di Botteghe Oscure. Un coriaceo immobilismo che affonda le radici nei Settanta, quando i vecchi (oddio, c'era anche Napolitano, il matusalemme della politica italiana!) fecero largo ai "figli", ai D'Alema, Bersani, Veltroni, Fassino e sappiamo com'è andata a finire: la vitalità del partito è azzerata, pari a quella di fermenti lattici inaciditi a ricotta, vera muffa per la protervia gestionale dei giovani d'un tempo; solo che dalla muffa si ricavò penicillina, mentre da generazioni rachitiche cosa può aspettarsi? 

L'"Antipolitica", vexata quaestio per un partito ormai morto nell'essenza vitale, consiste proprio in questo, nel negare l'alteranza, annichilire la prospettiva, sacrificare il futuro politico: e non basta una tardiva apertura alla "società civile", candidando i Grasso di turno, per azzerare il conto, pagando il dazio: la palingenesi è ben lontana dal realizzarsi, tra primarie fittizie ed anodine, Giovani Turchi arrembanti come il ciuffo di Fassina, rottamatori e renziani da sbarco, volti noti prestati all'elezione prossima ventura; il big bang è vicino, tra un Caimano ancora virale e mediaticamente incontenibile, un Monti centrista cerusico e freddo, vecchi arnesi della Prima Repubblica, un PD fresco e nuovo come pedalino in umido, un Quarto Polo alla ricerca (almeno) della terza dimensione.  L'unico boom che pare possibile è quello "vecchio", pesto e genovese dei Grillino movimentisti: un cinque stelle per pensionare i dinosauri partitocratici, alla faccia di Napolitano, vera e propria reliquia da maneggiare con cura, prima di consegnarlo al mausoleo della storia. 
O a quello d Arcore.  

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